Pubblichiamo l’editoriale del numero 0 di “Nuestra America, Rivista decoloniale di analisi socio-politica e culturale del Sud Globale” che è attualmente in stampa e sarà presentato a Cuba nel prossimo mese di Novembre. Promossa dal Capitolo Italiano della Rete di artsti e intellettuali in difesa dell’umanità, quest’iniziativa ha una precisa collocazione accademica e scientifica essendo collegata alla Scuola di Economia Antropologica Decoloniale fondata da Luciano Vasapollo, decano di Economia dell’Università La Sapienza, e l’intento dichiarato di contribuire alla Tricontinental del Pluripolarismo, in un momento storico caratterizzato da una crisi del modello unipolare e imperialisitico.

La direzione di FarodiRoma porge i propri auguri di successo a Nuestra America e al suo Comitato Editoriale, che è formato da Luciano Vasapollo, Rita Martufi, Luigi Rosati, Mirella Madafferi, Viviana Vasapollo.

Un’ alternativa che parte dal Sud globale. È questo il filo conduttore della vicenda storica di semi-distacco, di deoccidentalizzazione e decolonizzazione in risposta alla mondializzazione capitalista e imperialista, caratterizzata da un rapporto di dominanza tra blocchi egemoni e blocchi egemonizzati. A ben vedere, sono percorsi storici attraversati copiosamente da una teorizzazione risalente, come quella Questione meridionale gramsciana come problema della caratterizzazione del Mezzogiorno inteso come disgregazione sociale del Sud globale, del blocco dello sviluppo come processo indotto e del confinamento ai margini della storia delle masse popolari.
Le diverse iniziative tese a pensare, progettare e sperimentare l’idea di una società plurale e realizzabile in cui possano coesistere principi differenti di costruzione della realtà fanno parte di un processo di trasformazione della società gobale attraverso la critica e la prassi decoloniale. Oggi per tutti noi socialisti rivoluzionari si tratta di indicare chiaramente una delle basi teoriche più profonde del pensiero antimperialista e delle prospettive socialiste, con le declinazioni oggi in costruzione sulla economia decoloniale, la visione e la realtà del pluripolarismo nell’ampia dimensione teorica e di processi in divenire del pluriverso.
La Rivista Decoloniale « Tricontinentale del Pluripolarismo » situa il suo terreno d’intervento nel movimento del Multicentrismo contro l’ordine unipolare del mondo sotto l’egida occidentale, ordine fautore di guerre distruttive e senza fine, dell’ecocidio sistematico che con il riscaldamento climatico porta a rendere inabitabili alcune regioni del pianeta, de l’intensificazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della volontà d’annientamento dei popoli che ne rifiutano logiche e procedure mortifere.

Se la guerra è il suo sacramento e la sottomissione del Tutto-Vivente e dell’inanimato la sua legge, la comunicazione e l’informazione devianti ne sono oggi i vettori indispensabili per la perpetuazione dei suoi poteri. Da cui l’urgenza di questa Tricontinentale, che associa l’analisi decoloniale alla demistificazione delle grandi narrazioni giustificative del potere incontrtollato dell’Occidente con i suoi corollari disinformazionali, laddove il suprematismo di un solo gruppo umano struttura il suo dominio con la confiscazione della storia e la fabbrica del falso.
In questa competizione interimperialista, il capitale finanziario, che rappresenta la componente più forte del capitale transnazionale contemporaneo, segue una strategia contraddittoria rispetto agli Stati: in nome della “libertà economica” necessita per toglierli di mezzo ma, dall’altro, ne ha bisogno come interfaccia con società civili sempre più degradate e globalizzate, e per estrarre denaro e “pace sociale” dai lavoratori, occupati e non e per far ciò è indispensabile la guerra sociale, la guerra economico-monetaria e la guerra militare con il rafforzamento degli apparati industriali-militari anche a uso civile.

Il rapporto di reciprocità che esiste tra il modello produttivo dominante e la società dei subalterni pende ancora più chiaramente verso la destrutturazione globale considerando il rapporto tra scienza e militarismo. Il primo elemento di chiarezza al riguardo è il contributo quantitativo che la scienza riserva all’apparato produttivo militare e tecnologico mondiale: Nell’Unione Europea, ad esempio, il neoliberismo militarista più agguerrito è insito nella stessa legge fondamentale, il Trattato di Lisbona, che vieta l’adozione di misure contrarie alla circolazione dei capitali. Invece, nei discorsi ufficiali, l’”Europa sociale” riempie la bocca ad agenti che si muovono solo nell’interesse della compatibilità delle leggi di guerra del capitale.
In questa prospettiva, a partire dalle teorizzazioni sviluppate dalla nostra scuola di critica marxista per una economia antropologica a determinanti decoloniali, quindi antimperialiste per il pluripolarismo, nelle prospettive delle transizioni socialiste ( da ora direttamente e solo Economia decolonaile socialista) nel solco di un nuovo meridionalismo su basi marxiste, si pone centralmente la questione di un delinking, di un semi-distacco che riguardi anche l’Europa, superando ogni premessa eurocentrica e le tradizionali categorie storiche, politiche, economiche, culturali imposte dall’egemonia neoliberista e del postmodernismo, attraverso la costruzione di un’ALBA euro-afro-mediterranea.

La teorizzazione gramsciana sulla Questione meridionale, il portato della tradizione del terzomondismo e di Bandung e dei processi in atto di delinking innervano oggi la riflessione critica sul prodotto ultimato delle contraddizioni della UE. La rottura dell’Europolo si presenta, essenzialmente, come sganciamento da un sistema di dominazione, per i popoli europei come primo terreno fondamentale di emancipazione, in senso generale, in sintonia con un vasto fronte di popoli e Paesi, alternativo alla mondializzazione.
Il Multicentrismo, proposta strategica del comandante Hugo Chavez per un pianeta retto dall’equilibrio e la giustizia nelle relazioni internazionali, tra gli Stati e soprattutto tra i popoli, è un processo in corso da diverso tempo. Ma ha conosciuto un’accelerazione straordinaria a partire dal 21 febbraio 2022, quando è scoppiata la guerra nell’Europa dell’Est. Guerra che, nell’era della post-verità, è stata etichettata come « aggressione della Russia », mentre è in realtà una guerra della NATO contro Mosca.

Ora, subito dopo l’inizio delle ostilità, un fatto nuovo ha posto le premesse di un cambiamento epocale, suscettibile di modificare i rapporti di forza esistenti sullo scacchiere internazionale e di disegnare i contorni di un mondo nuovo e libero dal dominio dell’asse euro-atlantico unipolare.
In effetti, fu una sorpresa totale per molti quando, a marzo 2022, all’occasione del voto di condanna dell’« offensiva russa » in Ucraina, la maggior parte dei paesi del Sud si astenne. Il Sud Globale si è pronunciato « contro di noi » ?, si chiesero gli editorialisti dei media mainstream in Occidente. Ai quali sembrava un’evidenza che, dal 1945, l’ammirazione fosse un sentimento generale da parte di questi paesi nei confronti dell’Occidente, della sua cultura, delle sue ricchezze e del suo modo di vita, anche se questo sentimento era accompagnato da una sorta di recriminazione… Ora, improvvisamente, l’ammirazione si era trasformata in rigetto. Un rifiuto che apparve, in Occidente, come una forma di odio. E fece paura.

Qualche settimana più tardi, in Sudafrica, una riunione dei paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) metteva all’ordine del giorno il processo di dedollarizzazione per disfarsi dell’egemonia della moneta americana : una messa in discussione radicale dell’« ordine transatlantico », da attuarsi con la fine del comando planetario dell’equivalente universale dello scambio dettato da Washington.
Una mutazione dei rapporti di forza è certamente in corso. E i suoi segnali sono lampanti. Tra le pietre miliari di questo cambiamento, la perdita, da parte della Francia, di tre componenti essenziali (Mali, Burkina-Faso e Niger) del suo impero neo-coloniale africano è il segno di un processo irreversible in corso.
L’erosione crescente dell’asse di dominazione dell’Atlantico-Nord è ormai una realtà in fieri. Senza la quale, l’insurrezione armata palestinese del 7 ottobre 2023 non avrebbe potuto aver luogo. E neppure la resistenza armata del Movimento del 23 Marzo (M23) nell’Est della repubblica democratica del Congo (RDC), in guerra contro le politiche tribaliste e razziste del governo di Kinshsasa, che mobilita milizie etniche e mercenari per sterminare alcune delle sue popolazioni (Tutsi, Hema, Banyamulenge, Téké).

L’evoluzione in corso, con i suoi imprevedibili sviluppi, non è limitata alla crisi di un ordine stabilito alla fine della Seconda Guerra Mondiale e che si è rafforzato con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Se abbiamo alluso a un « cambiamento epocale » è perché ci troviamo di fronte alla possibilità di invertire il corso di una Storia cha ha ormai più di 5 secoli di vita, un ciclo che si è aperto nel 1492, la cui scena inaugurale si presenta con la Conquista delle Americhe e la Tratta Transatlantica.
Al cui avvento, fondatore del capitalismo come modo di produzione universale e della modernità occidentale come sistema di valori planetario, l’appropriazione delle terre e la sottomissione dei popoli che vi abitavano fu supportata, e lo è ancora, da una vasta operazione culturale ed epistemica di inferiorizzazione del mondo meridionale oggetto della Conquista e della Tratta.
Alla decolonizzazione dell’America del Sud e dell’Africa, gli effetti di questa operazione -che è un’operazione terrible di violenza mentale- non si sono dissolti, in alcuni casi si sono addirittura estesi.
Di fronte a questa realtà, è sorta negli anni ’90 in America del Sud uan corrente di pensiero e di lotte, la Decolonialità.

Essa prevede la restituzione dei saperi, delle storie, delle forme societali, delle credenze, delle culture e delle istituzioni delle popolazioni che, pur avendo acquisito un’indipendenza formale, restano avvinte al dispotismo dei valori imposti dall’Occidente, di cui il profitto (con l’ambizione spropositata di beni materiali superflui) e il razzismo, emblema e viatico quest’ultimo, dell’inferiorizzazione dei popoli oppressi, sono le leve principali.
Su questa realtà concreta poggia la prospettiva dell’unità del Sud, ad iniziare da quello europeo, per un’ALBA euro-afro-mediterranea che, oltre a fermare il suo processo di “mezzogiornificazione” del Sud Europa, si proponga di archiviare la polarizzazione mondiale, in primo luogo, per l’affermazione di un contesto mondiale multicentrico.
Nelle lungimiranti riflessioni gramsciane, ritroviamo tratti di estrema attualità nella tendenza attuale che è stata definita “mezzogiornificazione” di una vasta area mediterranea, quella dei PIGS fondamentalmente, attraverso il processo di integrazione economica e monetaria europea della “Fortezza Europa”. Questo status di blocco guerrafondaio indotto, perpetrato attraverso l’ordoliberismo, che impregna i Trattati fondamentali della UE, alimenta un sistema di dominazione neocoloniale tra Paesi del Centro-Nord Europa e area mediterranea. Una realtà che collega il Vecchio Continente a dinamiche tanto attuali quanto risalenti a decenni passati, con le specificità proprie del contesto europeo (ad es. compressione strutturale della sovranità degli Stati, squilibri commerciali, deflazione salariale).

Noi siamo consapevoli che il mondo plurale in gestazione con il processo del Multicentrismo è necessariamente in relazione con il Movimento decoloniale. La loro associazione è il sine qua non del loro avanzare e della loro riuscita.
Un riferimento che riesce ad andare oltre la particolarità e la contingenza per affermarsi come fondamento di tutte le rivoluzioni antimperialiste che hanno la capacità e la forza di proporre saperi critici della cultura dei popoli nelle cosmovisioni indigene, inserendole, come ci ha insegnato Mariátegui, in un progetto di integrazione internazionale che è alla base della transizione rivoluzionaria.
« L’idea di un universo plurale di alternative al capitalismo è qualcosa di relativamente recente, la cui presenza resta ancora marginale nel dibattito politico, nonostante sia il risultato naturale dell’affermazione dei recenti movimenti antisistemici, delle lotte per il superamento dell’eredità coloniale e del patriarcato, della rielaborazione del pensiero marxista, di quello socialista e di quello libertario. Negli ultimi decenni, in particolare, la critica allo sviluppo si è rivelata l’ambito principale in cui si è potuto pensare un’alternativa ai grandi progetti sociali della modernità, incluse le grandi esperienze di gestione collettivista dell’economia…. Il progetto di Pluriverso nasce quindi in un momento cruciale della storia del capitalismo, ma anche dei suoi movimenti di opposizione. Rispetto a ciò, la sua traduzione italiana esce tuttavia in una fase molto distinta rispetto a quella della prima edizione del testo, nonostante sia passato solo un anno. Il pianeta affronta una crisi sanitaria globale, ennesima dimostrazione tangibile della contraddizione ecologica in cui si muove lo sviluppo capitalistico; al contempo accelera il processo di crisi economica intorno a cui ruoterà la politica globale nei prossimi anni. La differenza però non coinvolge solo la particolare condizione in cui versa il capitalismo globale, ma è anche definita dalle novità interne al pensiero critico.” (Il tempo di Pluriverso di ORTHOTES, edit.2021).

Per riassumere: la Decolonialità è la critica radicale de la modernità occidentale (avvento del capitalismo) sorta dalla violenza del 1492. In quanto tale, la Decolonialità mette in crisi il sistema di dominazione planetario eretto in seguito a questo avvenimento. Cioè la direzione unipolare del mondo da parte dell’asse euro-atlantico, direzione alla quale oggi si oppongono le dinamiche del Multicentrismo.
Ricordiamo anche che Walter D. Mignolo, semiologo argentino e figura della Decolonialità, diceva : Poiché la colonialità è ovunque, la decolonialità è inevitabile. Cio’ che rinvia à una implicazione potenziale della popolazioni occidentali, almeno quelle situate sulle due rive del Mediterraneo, nel progetto di un mondo pluricentrico. E che si manifesta nella progressione dell’ecologia radicale in alcuni paesi europei.
Ciò che Marx non poteva certo prevedere era una dinamica rivoluzionaria che mettesse in discussione il primato e il predominio dell’Occidente, ma con un processo di transizione lungo, tortuoso e aperto. L’intuizione fondamentale che, tuttavia, emerge prepotentemente dalla sua analisi è la carica rivoluzionaria contenuta nelle società del suo tempo collocate in una condizione di sfruttamento coloniale e la prospettiva universale del mercato internazionale e le contraddizioni capitaliste che alberga.

La Rivista Decoloniale «Tricontinentale del Pluripolarismo» del Sud Globale si propone di svolgere la sua funzione e di lavorare in questo spazio di pensiero e d’azione. In quanto Rivista, essa assume il capitolo della demistificazione della comunicazione deviante (destrutturazione della fabbrica del falso) come una delle sue finalità.
José Marti, Amilcar Cabral e Antonio Gramsci hanno tutti messo la cultura al primo posto della lotta di liberazione.

Oggi diversi tra i Paesi ex coloniali animano in relazione alle impostazioni e politiche internazionali della Cina la prospettiva del multicentrismo e, alcuni fra questi, perseguono anche quella della transizione economico-politico e di tipo socialista. Il contributo teorico e di riflessione proveniente dalla Cina popolare e dall’Asia coniuga un’originale prospettiva di universalizzazione non euro-atlantica dei rapporti internazionali, sul rapporto Stato-mercato e ruolo strategico della soggettività per la transizione.

In conclusione, bisogna sempre analizzare con la chiave dell’economia decoloniale socialista, partendo dalla ricerca propositiva di modelli alternativi sociali, economici, produttivi e ambientali di sostenibilità, complementarietà, contro gli apparati e industrie della guerra. Sulla falsa riga di questo proposito, sarà sostenuta la necessità della costruzione di un diverso modello pluripolare , multicentrico e di transizione anticapitalista di relazioni tra Paesi e popoli, partendo dalle transizioni al socialismo di Cuba, Venezuela, Cina, Vietnam, ecc. accompagnate da un diverso modello produttivo e sociale, reso urgente e imprescindibile dalle contraddizioni acute del presente.

L’analisi si dovrà ancora sviluppare seguendo sempre la linea tracciata dalla visione della reale vigenza dei percorsi teorici e di realizzazione pratica attraverso il metodo del materialismo storico e nella e per la egemonia culturale dei subalterni, come prospettiva internazionalista e attraverso l’interpretazione pluripolare, e in particolare nella declinazione gramsciana. Molto importante sarebbe giungere a una ridefinizione e riqualificazione nella pratica dei movimenti sindacali e politici dei termini teorici e attuativi della filosofia della prassi e la individuazione con le potenzialità di azione delle nuove soggettualità degli operai, dei contadini, degli impiegati, dei commercianti, dei piccoli imprenditori e quindi dei nuovi soggetti del lavoro e del lavoro negato, del non lavoro, con l’idea del governo politico ed economico in una nuova prospettiva di potenziale realizzazione di modelli di transizione post-capitalista, e in tendenza di rottura socialista rivoluzionaria.
Dobbiamo ricominciare a ragionare sulle fasi storiche della politica di trasformazione, sui cicli rivoluzionari come ha fatto Cuba modificando spesso i suoi modi di vivere la pianificazione e la transizione socialista. Bisogna mettere in relazione la strategia del cambiamento con dei passaggi tattici.
Non ci si può opporre senza partito con una capacità rivoluzionaria.

Idea fondamentale anche per tutti quei giovani occidentali che vogliono mettere in discussione lo stato presente delle cose. Per questo devono rivolgere lo sguardo al pensiero di Marti , Bolívar, di Lenin, di Gramsci, di Mao, di Guevara , Fidel Castro e di Chavez al fine di studiare concretamente dei percorsi di emancipazione.
L’asse portante della nostra ricerca-inchiesta marxista in itinere sarà quello di proporre temi di ricerca e casi studio locali, settoriali e di sistema paese come, per esempio, la trattazione critica, e dell’oggi, della validità nell’attualizzazione dei temi forti gramsciani e delle teorie anticolonialiste del delinking, nella declinazione della questione delle alleanze per l’egemonia e la sua composizione e prospettiva politico-sociale per il superamento della fase attuale della globalizzazione neoliberista, ponendosi nella transizione dall’unipolarismo al multicentrismo nelle relazioni internazionali, partendo da casi studio di realtà dei sud del mondo. Divenire storico ed egemonia culturale dei Sud nel mondo contemporaneo: si tratta cioè di declinare una attualizzazione di contesti localizzativi anche di categorie di un pensiero -azione per una filosofia della prassi, provenienti dagli studi e pratiche di grandi rivoluzionari di riferimento come Marti, Bolivar, Lenin, Stalin, Gramsci, Mariatequi, Mao, Guevara, Fidel, Chavez, sia attraverso i contributi di studiosi europei e dell’America Latina e che spaziano anche su altre aree dei sud del mondo di oggi, in particolare dell’Africa e del vicino Oriente.
E allora teoria e prassi , filosofia della storia e filosofia della prassi con cui bisogna riportare questo pensiero e agire nelle mille difficoltà della rivoluzione socialista cubana , a quello che oggi sta avvenendo per esempio a Cuba, in Venezuela, Cina, Vietnam che con le loro differenze sono comunque vive transizioni al Socialismo che camminano in una diversa modalità applicativa e con culture diverse da quella di noi comunisti occidentali, ma alle quali siamo uniti nella speranza di poter trasformare non solo il nostro Paese ma di costruire una nuova umanità ricca di forza di rottura e amore rivoluzionario.

Il Comitato Editoriale (Luciano Vasapollo, Rita Martufi, Luigi Rosati, Mirella Madafferi, Viviana Vasapollo)

Contro le misure economiche del governo Draghi Contro licenziamenti, privatizzazioni, delocalizzazioni e carovita.

Cortei regionali nelle principali città: la libertà di manifestare è un diritto democratico non negoziabile

Sabato 20.11 (ore 11 / 18) e domenica 21.11 (ore 10 / 13)
presso il Cinema Nosadella, Via L. berti 2/7 Bologna

Forum nazionale della Rete dei Comunisti sulle prospettive della UE

Introduzione di Mauro Casadio (Rete dei Comunisti), relazioni di Giacomo Marchetti, Marcella Grasso, Giovanni Russo Spena, Luciano Vasapollo, Franco Russo, Francesco Piccioni, Cinzia della Porta, Sergio Cararo

Il declino degli USA, l’avvio della ristrutturazione dell’industria continentale e l’esercito europeo sono la condizione per un salto di qualità del ruolo internazionale della UE.

Nella relazione sullo stato dell’Unione fatta dalla Von Der Leyen un’affermazione perentoria è risaltata più di tutte le altre ed è quella che testualmente dice “Stiamo entrando in una nuova era caratterizzata dall’ipercompetitività”. Tale evidenziazione ha come presupposto molti elementi che erano presenti già nei precedenti anni ma che ormai, per quanto riguarda la UE, hanno la necessità oggettiva di una sintesi politica, istituzionale e militare.

Questa necessità ha cominciato a concretizzarsi con la vicenda pandemica che ha evidenziato come le relazioni interne alla UE andassero modificate nel senso di una più stretta centralizzazione decisionale ed operativa.

Il Recovery Fund è esattamente la concretizzazione di questa necessità relativa in primo luogo alla tenuta competitiva economica e finanziaria internazionale.

Questo infatti indirizza le imprese europee, in particolare i cosiddetti “campioni” ovvero le multinazionali continentali, verso una ristrutturazione di alto livello tecnologico e pseudo ambientale per tenere testa alla competizione con la Cina ma anche con gli USA oggi in evidente difficoltà.

Non solo, ma la dimensione dei Bond Europei integrati con quelli emessi dal Next Generation EU danno la possibilità alla UE di essere competitiva con l’Euro anche sul piano delle monete di riserva mondiale erodendo, assieme allo Yuan cinese, la rendita di posizione del dollaro che va avanti dalla fine della seconda guerra mondiale con gli accordi di Bretton Woods.

Ma il fatto principale che obbliga gli eurocrati e le forze economiche e finanziare della UE a procedere speditamente sul piano dell’integrazione è la crisi di egemonia degli USA che ormai è palese a tutto il mondo. La fuga dall’Afghanistan, averlo fatto senza “avvisare” gli alleati della NATO e, per ultimo, l’accordo strategico Auskus fatto con Inghilterra ed Australia in funzione anticinese dimostra il fallimento totale della strategia USA nata dopo il crollo dell’URSS.

L’abbandono del continente asiatico, il debole e difensivo tentativo di ricostituire un’alleanza “pelagica” senza i paesi UE e l’affronto fatto alla Francia sui sottomarini venduti all’Australia obbliga l’Unione Europea ad un rilancio del proprio ruolo che non può che essere strategico. Prendendo innanzitutto atto del ridimensionamento degli USA come forza unipolare mondiale e dell’avvio di una inedita fase multipolare dove ogni soggetto statuale è solo nella ipercompetizione suddetta.

La discontinuità che si è creata con la fase unipolare ad egemonia USA porta inevitabilmente alla formazione di un esercito europeo che è già presente nei progetti e nelle dichiarazioni pubbliche del governo della Unione Europea.

Un tale livello di concorrenza mondiale implica per la UE la necessità della centralizzazione decisionale e del ricompattamento interno al proprio ambito comunitario ma rivolto anche alla sua prima periferia esterna, Africa del Nord, Occidentale e Medio Oriente, che porta immediatamente alla necessità di una vera e propria ristrutturazione sia di carattere produttivo che sociale.

Per il nostro paese il parallelo non può che essere fatto con la ristrutturazione industriale avuta negli anni ’80 che ha puntato scientificamente alla distruzione di quella classe operaia che negli anni ’70 era l’avanguardia delle lotte nella società italiana rimettendo in discussione la redistribuzione della ricchezza nazionale fino ad allora tutta a vantaggio delle classi dominanti.

Questo riferimento ci può dare la dimensione di quello che sta maturando e come sotto la retorica ambientalista, delle energie alternative, della modernità prodotta dalla civiltà europea si prospetti un periodo di profonda modifica della produzione, dei servizi pubblici, della condizione sociale fatta di lacrime e sangue tutte versate naturalmente dalle classi subalterne a cominciare dai cosiddetti ceti medi oggi in evidente crisi verticale.

Come è altrettanto evidente che il processo di centralizzazione generalizzato penalizzerà la democrazia nei singoli paesi come sta dimostrando il decisionismo di Draghi ben più aggressivo e pericoloso di quello avuto da Craxi negli anni ’80.

In prospettiva il ridimensionamento dell’apparato industriale, i licenziamenti, la precarizzazione, il piegare le risorse pubbliche a vantaggio delle imprese, la consunzione dei residui spazi democratici saranno i caratteri di una lunga fase che vedrà un peggioramento complessivo delle società europee e questo in un contesto internazionale dove la competizione economica potrà tracimare in scontro politico e militare con schieramenti ad oggi imprevedibili.

EFFETTI SOCIALI DELLA RISTRUTTURAZIONE

Come Rete dei Comunisti dagli anni ’90 abbiamo individuato questa tendenza storica e l’abbiamo descritta come costruzione di un “Polo Imperialista Europeo” in una divisione del mondo post sovietico che vedeva la nascita di aree economico-monetarie competitive sia attorno agli USA, prima con il NAFTA e poi con il tentativo fallito dell’ALCA per l’America Latina, che attorno al Giappone ravvedendo in quella tendenza i pericoli di una ripresa di un conflitto mondiale. Già dall’epoca abbiamo affermato che il dovere degli antimperialisti e dei comunisti era di lottare contro il proprio imperialismo che per noi significava appunto contrastare e rompere la UE che si andava formando.

Da quel decennio sono cambiate molte cose, c’è stata l’emersione della Cina come potenza economica mondiale, il moltiplicarsi di forze regionali quali l’Iran, la Russia e la Turchia, la fine delle velleità imperialiste del Giappone ed ora anche la crisi egemonica degli USA. L’unico progetto organico che è andato avanti grazie proprio alle molteplici crisi, che hanno fatto da volano per il progetto d’integrazione, è stato quello della costruzione dell’Unione Europea. Questa oggi si avvia a superare la condizione di “Area/Polo economico finanziario” e diventare un superstato imperialista che compete sull’agone mondiale come le altre potenze.

In questa paradossale discontinuità internazionale e continuità della UE ci sembra indispensabile riconfermare l’obiettivo della rottura dell’Unione Europea, della fuoriuscita dell’Italia dalla UE e dalla NATO, della costruzione di un’area alternativa che ravvisiamo in quella che abbiamo definito Alba Euromediterranea.

PROPOSTA POLITICA

Sappiamo bene che questo non è un obiettivo all’ordine del giorno ma sappiamo bene che i prossimi anni, la prossima fase storica, sarà caratterizzata dall’incremento dei conflitti, da quello di classe all’interno della UE a quello internazionale certamente politico se non militare direttamente.

Dunque dare una direttiva di marcia, indicare chiaramente qual è il nemico, non lasciare disarmati politicamente e ideologicamente i conflitti prossimi venturi è un impegno che deve partire dal presente momento di crisi del nostro avversario di classe pena l’affermazione di movimenti reazionari di cui ce se ne accorge sempre troppo tardi nonostante che da anni si gridi “al lupo al lupo” spesso verso la direzione sbagliata.

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