Insomma, pare proprio che mentre Trump continua ad alimentare la nuova guerra fredda contro la Cina, parte di quello che una volta era “il cortile di casa” degli Usa sembra andare in una direzione opposta.

Non si tratta solo delle ribelli Cuba e Venezuela, adesso è un paese grande come l’Argentina a individuare in Pechino le possibili soluzioni per la propria e pluridecennale crisi debitoria e finanziaria.

L’agenzia Nova riporta che la prima e significativa novità è che la Banca centrale argentina (Bcra) ha annunciato l’imminente via libera all’acquisto della moneta cinese “yuan” per effettuare transazioni commerciali in Cina e per alcuni contratti di tipo future. Gli argentini non potranno acquistare fisicamente lo “yuan”, non potranno aprire conti correnti nella divisa cinese e le operazioni saranno lecite solo per alcuni mesi, il tempo di chiudere la stagione della raccolta, e attendere il dollaro che gli esportatori (principalmente di soia) immetteranno nel sistema finanziario locale.

Ma si tratta comunque di un’importante apertura all’export cinese e un segnale che le manovre per diminuire la domanda di dollari, causa della costante svalutazione del peso, potranno sempre più spingere Buenos Aires a oriente.

La Cina da tempo ha superato il Brasile come principale partner strategico dell’Argentina. Il quotidiano argentino Pagina 12, rivela di partnership tra Pechino e Buenos Aires nella costruzione o sviluppo di centrali idroelettriche o nucleari, porti, impianti idrici, linee di trasmissione elettriche, ma anche treni, parchi eolici, idrovie e investimenti  sul ricco giacimento petrolifero di “Vaca Muerta”.

Sono in corso negoziati per portare anche l’Argentina nel versante Pacifico della Belt and Road Iniziative (Nuova via della seta).

Il Presidente argentino Fernandez, dopo una lunga conversazione telefonica con Xi Jin Ping ha confermato l’intenzione di recarsi a Pechino entro la fine dell’anno con una delegazione di industriali al seguito.

La Cina ha chiesto a Fernandez di promuovere una maggiore integrazione degli investimenti cinesi all’interno del Mercosud (il Mercato comune del sud cui appartengono Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay) e della Comunità degli stati latinoamericani e caraibici (Celac, organismo che riunisce tutte le Americhe ma senza Usa e Canada).  Una prospettiva che sicuramente viene vista con grande timore ed ostilità a Washington.

Deposto con le elezioni l’uomo degli amerikani, Vincenzo Macrì, l’Argentina di Fernandez non fiancheggia la Casa Bianca nella sua aggressione contro il Venezuela, si è schierata a fianco del Messico per una soluzione politica che passi per il negoziato interno ed ha criticato le sanzioni Usa contro il Venezuela. Non solo.

Al contrario di Washington, non sostiene neanche la presidente golpista ed “ad interim” della Bolivia, Jeanine Anez, ritenendo non legittima la destituzione di Evo Morales, l’ex presidente della Bolivia oggi esiliato a Buenos Aires.

 Insomma, quello che era el patio trasero degli yankee continua a cercare in ogni modo di diventare la “Nuestra America” giocando questa volta di sponda con la Cina.

Abbiamo atteso per scrivere del contagio di Trump, perché sul tema il bombardamento mediatico mainstream era davvero eccessivo e non ci sembrava utile unirci al coro. Anche adesso, sarebbe facile – divertente, ma inutile – sbertucciare questo reazionario così furbo da restare appeso alle cazzate che ha seminato.

Restiamo sul lato serio della barricata, se possibile. Anche la malattia di Trump è un elemento della tremenda crisi che ha investito la principale superpotenza, quella che da 75 anni determina i destini dell’Occidente capitalistico e da 30 quelli di tutto il pianeta.

Che il “Presidente” si ammali con il virus che aveva prima negato, poi sottovalutato e infine – obtorto collo – “combattuto con la mano sinistra”, producendo per ora 210.000 morti e oltre il 20% dei contagiati al mondo, è sicuramente un segno di debolezza. La cintura di sicurezza intorno alla massima carica è un colabrodo. Inefficace  e potenziamente pericoloso anche su altri fronti.

Non tutti, “a sinistra”, sembrano cogliere la gravità della crisi di egemonia Usa in atto. Abituati dalla nascita (75 anni sono tanti…) a parlare dell’America come un mostro semi-imbattibile (nonostante il Vietnam…), e senza avversari dopo lo scioglimento dell’Urss, a molti risulta difficile dare il giusto peso alle tante smagliature in una corazza che sembrava d’acciaio.

Qualcuno ci ha anche criticato, arrivando a negare che la crisi di egemonia sia reale. Così, per restituire una “misura oggettiva”, preferiamo mostrare e far soppesare il comportamento della stampa cattolica, capace di questi tempi di uscite così audaci da ricordare la comunicazione situazionista di parte dell’antagonismo anni ’70.

Il titolo con cui l’Avvenire – quotidiano dei vescovi italiani, peraltro assolutamente reazionario sui temi propri della “dottrina” ecclesiastica – ha dato conto dello schiaffo inferto da Bergoglio a Mike Pompeo (venuto a pretendere l’annullamento degli accordi Vaticano-Cina), è degno di A/traverso…

Ma anche altri giornali di quella galassia stanno sfornando a getto continuo articoli che potrebbero addirittura apparire “antimperialisti”, per la verve polemica e la scoperta ironia che li accompagna. ve ne proponiamo uno, scritto da Fulvio Scaglione, apprezzato analista di grande esperienza, apparso nientepopodimeno che su Famiglia Cristiana, probabilmente il settimanale più letto del Paese, perché distribuito la domenica fuori e dentro le parrocchie.

Buona lettura.

*****

La malattia di Trump e gli Usa sull’orlo di una crisi di nervi

Fulvio Scaglione – Famiglia Cristiana

Una gigantesca crisi di nervi. Questo vede, chiunque oggi guardi agli Stati Uniti d’America in quel momento di suprema definizione dell’identità nazionale che loro chiamano elezione del Presidente (solo loro possono chiamare questa roba “elezione”, e tra poco vediamo perché), che ha le modalità del melodramma a stelle e strisce: il film western, uno contro uno nella strada principale, fuori le pistole e il più veloce vince.

La malattia del Potus (President of the United States), della Flotus (First Lady of the United States) e di una ventina di collaboratori e funzionari della Casa Bianca, positivi al Covid 19 (che intanto negli Usa ha ucciso 207 mila persone e ne ha contagiate 7,3 milioni), proietta un’ombra di dilettantismo sul vertice della superpotenza e, soprattutto, getta nell’incertezza un’ intera nazione.

Perché, come ha scritto Chris Cillizza, analista politico della Cnn, “nessuno ha la minima idea di ciò che adesso può succedere”. Questo in gran parte dipende dall’assurdità che da quelle parti chiamano sistema elettorale.

Qualche precedente. Nel 2000 fu la Corte Suprema, con la sentenza “Bush vs Gore”, a mandare Geroge W. Bush alla Casa Bianca. I giudici, infatti, sentenziarono che non si poteva trovare un sistema per ricontare in tempo utile i voti popolari della Florida, dove Bush aveva vinto con uno scarto inferiore allo 0,5%. E questo nonostante che sette giudici su nove concordassero sul fatto che le autorità della Florida (repubblicane come Bush) avevano violato le regole della correttezza elettorale autorizzando diversi sistemi di voto in diverse contee, e tre giudici su nove pensassero che la Corte Suprema della Florida avesse violato la Costituzione.

Nel 2016 Hillary Clinton ottenne due milioni di voti popolari più di Donald Trump, ma fu Trump a diventare Presidente.

Un sistema così chiaro e pratico che dal 2000 al 2016 le cause legali legate al voto presidenziale sono cresciute di tre volte, in attesa del nuovo record che, gli esperti ne sono sicuri, arriverà con questa elezione.

Con la malattia di Trump, a un mese dal voto, si rischia il tracollo finale. Intanto, la campagna elettorale sarà falsata. Il secondo dibattito con Joe Biden è fissato per il 15 ottobre, a Miami, proprio il giorno in cui Trump, nella migliore delle ipotesi, dovrebbe concludere la quarantena. Impossibile che ce la faccia.

Questo, ovviamente, nell’ipotesi che il Presidente sconfigga la malattia nei tempi previsti. Ma Trump ha 74 anni (Biden 78) e negli Usa 8 morti di coronavirus su 10 avevano più di 65 anni. È doveroso, quindi, fare anche le ipotesi peggiori.

Per esempio: Trump è malato e non può adempiere alle funzioni presidenziali. Si ricorre, in quel caso, al 25° emendamento della Costituzione, introdotto dopo il caos seguito all’ assassinio di John F. Kennedy nel 1963. Ovvero, assume le funzioni di presidente il vice, in questo caso Mike Pence.

È un provvedimento temporaneo, a meno che la maggioranza dei membri del Governo non ritenga che il Presidente (sia lui d’ accordo o no) è ormai incapace o impossibilitato a reggere il ruolo. Potrebbe essere il caso se Trump fosse gravemente malato, finisse in terapia intensiva o addirittura morisse.

Tutto questo, comunque, non ha nulla a che fare con il processo elettorale. Se Trump, per malattia o morte, dovesse abbandonare la corsa presidenziale, il Comitato nazionale repubblicano (168 notabili del Partito) dovrebbe riunirsi per trovare un nuovo candidato. Pence, il vice-presidente, sarebbe la scelta più ovvia. Il Comitato, però, non ha vincoli, potrebbe scegliere chiunque.

Torniamo però alla prima ipotesi: considerato che si vota il 3 novembre e che bisognerà in ogni caso attendere l’evolvere della malattia di Trump, ce la farebbero i repubblicani a trovare un candidato alternativo in, diciamo, venti giorni? E quante possibilità di vincere avrebbero Mike Pence, uomo di seconda fila, o quel candidato improvvisato, assente fino all’ ultimo dalla campagna elettorale?

I repubblicani potrebbero anche chiedere un rinvio delle elezioni, ma con probabilità pari a zero di ottenerlo dal Congresso. Tutto questo nell’ipotesi più “banale”.

I tempi strettissimi dell’ incrocio campagna elettorale-malattia di Trump offrono anche altri scenari. Potrebbe persino darsi che Pence diventasse Presidente, ma non fosse il candidato repubblicano per le presidenziali. O che Trump venisse comunque rieletto e, appena ridiventato Presidente, per ragioni di salute dovesse lasciar tutto in mano a Pence.

Nel frattempo, decine di milioni di schede elettorali sono già state stampate con il nome di Trump, e in certi Stati si è già votato, anche per posta. E qui si torna all’assurdità del sistema elettorale tipo “ognuno fa come gli va” e poi magari ti faccio causa.

Ci sono solo due Stati, Minnesota e Michigan, che permettono di annullare un voto già espresso. Tutti gli altri no. Come si fa a tornare indietro? Ancora una volta, quindi, l’America dipende da Donald Trump. Di fatto, tutti sperano che si rimetta e torni in campo. I repubblicani perché a questo punto non hanno altro. I democratici perché azzannare il rivale ospedalizzato sarebbe scorretto e impopolare e perché sperano che il Covid faccia perdere voti al Presidente che denigrava l’uso della mascherina.

Tutti gli altri perché, senza Trump, un’elezione così pasticciata e confusa proietterebbe una lunga ombra sul nuovo Presidente, e né Biden né (eventualmente) Pence avrebbero spalle abbastanza robuste da reggerla.

Per paradosso, la malattia potrebbe persino giovare a Donald Trump. Se la superasse in fretta, potrebbe ancora giocarsela da uomo forte che resiste a ogni avversità, da leader che non si piega nemmeno al contagio. Ma è dura e l’ orologio corre.

Venerdì scorso, 2 ottobre, il Cile ha vissuto una giornata che incarna tutto ciò che milioni di cileni chiedono da un anno: la fine di uno Stato repressivo. Quel giorno era prevista una grande concentrazione in Plaza Italia, ribattezzata Plaza Dignidad, in quanto l’epicentro dell’epidemia sociale iniziata il 18 ottobre 2019.

E così è stato: nel pomeriggio centinaia di persone si sono radunate nel luogo emblematico di Santiago a sostegno del Plebiscito costituzionale il 25 ottobre. E inoltre, come è consuetudine, è iniziato il tentativo dei Carabineros (Polizia Militare) di disperderli. Per questo hanno usato istanti e bombolette di gas lacrimogeni.
Nel bel mezzo della repressione, diversi uomini in uniforme sono corsi dietro a un gruppo di manifestanti. Uno dei poliziotti ha raggiunto uno di loro sul ponte noto come Pio Nono e lo ha spinto nel fiume Mapocho, ad un’altezza di sette metri.

Nonostante l’urgenza dei soccorsi, la polizia militare non voleva fare passare soccorritori e vigili del fuoco per aiutare la persona che giaceva priva di sensi sul letto del fiume. Alla fine, sono arrivate le cure di emergenza e si è appreso che era un minore di età inferiore ai 16 anni, quindi il suo nome non doveva essere rivelato.
Dopo essere stato rianimato, è stato trasferito alla Clinica Santa María, dove è stato riferito che l’adolescente è stato ricoverato con una “frattura bilaterale del polso e trauma cranico chiuso in evoluzione.
Sebbene le autorità abbiano rapidamente descritto l’attacco come un “incidente”, i video di vari media e telecamere di sicurezza mostrano che il giovane è stato spinto nel fiume.

In una prima versione dei fatti, il tenente Rodrigo Soto, del dipartimento di polizia di Santiago, ha detto: “Voglio negare categoricamente questo tipo di situazione, basta mentire alle persone con cose che i Carabineros non hanno mai fatto”. Ore dopo, il capo della zona di Santiago Oeste della stessa istituzione, il generale Enrique Monrás, ha sottolineato: “uno dei nostri agenti di polizia ha cercato di arrestare un giovane e ha perso l’equilibrio sulla ringhiera del ponte Pío Nono ed è caduto sulla riva del fiume Mapocho”.

Di fronte al trambusto nazionale e alla richiesta di spiegazioni da parte del governo, il ministro dell’Interno ha indicato che “la verità dei fatti sarà determinata dalle indagini del Ministero pubblico e dei tribunali” e ha aggiunto che “è deplorevole che un giovane sia ferito in un manifestazione”.

La risposta giudiziaria è arrivata presto e il procuratore Ximena Chong ha annunciato l’arresto dell’agente di polizia, Sebastian Zamora, dopo averlo accusato di “tentato omicidio”. Misura che è stata accettata dalla Settima Corte di Garanzia di Santiago.

Allo stesso modo, il Children’s Ombudsman e l’Istituto nazionale per i diritti umani hanno annunciato azioni legali contro i Carabineros. Il direttore dell’INDH, Sergio Mico, ha denunciato che in questo e nei precedenti casi c’è un insabbiamento: “Stiamo chiaramente affrontando problemi di responsabilità istituzionale, che ci preoccupano molto”.

Quante altre tragedie come la notte scorsa devono accadere in Cile? È una domanda che si pongono milioni di persone e che per ora rimane senza risposta.

Da quando è scoppiata l’epidemia sociale nell’ottobre 2019, l’INDH registra quotidianamente gli eccessi degli agenti di Stato nei confronti dei manifestanti: 3.800 feriti, di cui 460 per trauma oculare; 8 omicidi completati e 36 tentati; 257 denunce di abuso sessuale; e 1.083 per tortura e trattamento crudele.

Queste cifre, che spiegano la scia delle violazioni dei diritti umani commesse contro i civili, contrastano con l’agenda del governo di Sebastián Piñera che concede nuovi poteri e armi alla forza pubblica, protetta da uno Stato di eccezione che per ora sarà in vigore fino a Dicembre.

L’allerta internazionale dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, della Commissione interamericana per i diritti umani o di Amnesty International è stata inutile. Tutti hanno convenuto che in Cile i diritti umani sono stati gravemente e ripetutamente violati.
Ma questi sistematici atti di aggressione, piuttosto che scoraggiare le mobilitazioni, hanno promosso nuove e creative forme di espressione cittadina già con un’agenda per questo mese. Ci sono tre ragioni e tutte danno un significato al cosiddetto “Ottobre storico”.

Il primo: il 18 ottobre segna un anno dall’inizio delle proteste contro il modello neoliberista del paese, nella sua forma più aggressiva contro un popolo come il capitalismo selvaggio. La seconda: il 25 ottobre si tiene il Plebiscito che definirà se i cileni vogliono o meno una nuova costituzione, quella attuale è un retaggio della dittatura di Augusto Pinochet. Questa consultazione è senza dubbio una conquista della mobilitazione sociale. E il terzo: ha tutto a che fare con quel capitolo oscuro della storia del Cile. Proprio questo 5 ottobre si ricordano i 32 anni del Plebiscito che rifiutò la continuazione della dittatura di Pinochet, che portò a una transizione e all’elezione del primo governo democratico nel 1990.

Questi eventi storici e recenti che si intrecciano nel frastuono di una cittadinanza adeguata al loro ruolo, pongono un nuovo e giusto patto politico-sociale, con profondi e stimolanti cambiamenti in una struttura prevalente. Il prossimo 25 ottobre, il Cile decide.

http://www.farodiroma.it/cile-il-colmo-dell-indignazione-in-un-ottobre-storico-di-tatiana-perez/

Uno scenario di guerra inimmaginabile. È così che la Colombia giunge al suo quarto anno dalla storica firma dell’accordo di pace tra lo Stato e l’allora Guerriglia delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia).
Inimmaginabile perché a questo punto del percorso, il paese deve verificare l’attuazione del post-accordo, avendo come bussola il piano di compromesso discusso e negoziato tra il governo e l’insurrezione a L’Avana, Cuba per più di quattro anni.
Ma la realtà è diametralmente diversa. Il sogno di pace è macchiato di sangue, giorno dopo giorno, dall’omicidio sistematico di leader sociali, ex combattenti delle FARC e delle loro famiglie. E come se non bastasse, sono tornati i massacri di civili, così come sono stati registrati all’inizio di questo secolo. Allo stesso modo, sono tornati gli sfollamenti forzati e le sparizioni.

Questo fine settimana, ricordando il momento esatto dell’impronta dell’accordo, due gruppi armati illegali sono entrati nella riserva indigena Inda Sabaleta del popolo Awá, nel dipartimento di Nariño, nel sud della Colombia.
Lì hanno ucciso cinque membri della comunità, oltre a rapire 40 persone. L’organizzazione nazionale indigena, ONIC, ha lanciato una richiesta mondiale di aiuto data la gravità di quanto accaduto e la passività del governo del presidente Iván Duque; allo stesso tempo chiesero di nuovo che i territori ancestrali non fossero oggetto di guerre interne.

Tuttavia, questo scenario non è nuovo nel 2020. Un’organizzazione che tiene il conto quotidiano di questo lutto nazionale è l’Istituto di studi per lo sviluppo e la pace, INDEPAZ.
Secondo i loro dati dettagliati, dall’inizio di quest’anno fino ad oggi, le vite di 215 leader sociali, contadini, indigeni o afro-colombiani sono state messe a tacere. Quanto ai firmatari dell’accordo di pace o agli ex combattenti delle FARC, 43 sono stati assassinati.

I crimini sono stati commessi in quasi tutto il paese, come mostra la mappa seguente:

Il motivo di queste morti è una domanda ricorrente in Colombia. Gloria Cuartas, difensore dei diritti umani ed ex sindaco del comune di Apartadó ad Antioquia, ritiene che l’assassinio di leader locali stia danneggiando profondamente l’organizzazione sociale e comunitaria, dal momento che molti di loro sono coinvolti in piani di restituzione della terra, sostituzione delle colture per uso illecito con programmi produttivi legali o in altri processi di sviluppo che sono scomodi per i padroni della guerra. In conclusione, aggiunge, fanno parte del tessuto che anela alla pace per il suo territorio.

Questo “pomeriggio grigio” per la Colombia è completato dai massacri. Secondo INDEPAZ, in questo 2020 sono stati 61, i mesi più violenti sono stati agosto e settembre, con una strage ogni 24 ore.
Tra gli autori di questa barbarie vi sono gli eredi paramilitari delle Forze di autodifesa unite della Colombia; vecchie e nuove strutture ribelli, alcune apparse dopo gli accordi di pace; e gruppi criminali al servizio del narcotraffico. Inoltre, in alcune regioni del Paese, i leader sociali denunciano l’esistenza di collusione tra le forze statali, siano esse l’esercito o la polizia, come nel dipartimento del Cauca, nella parte sud-occidentale del Paese.

Nonostante queste dure notizie e la limitata volontà politica dell’esecutivo di Iván Duque di fermare gli omicidi sistematici, milioni di persone continuano a sperare che oltre cinquant’anni di conflitto armato interno saranno superati.
È indubbiamente una speranza ostinata che unisce politici in opposizione al partito al governo, accademici, difensori dei diritti umani, ex membri delle FARC, movimenti sociali, giovani, afro, contadini, studenti e comuni colombiani.

Tra questi, il senatore Iván Cepeda Castro, che è stato un facilitatore dei dialoghi che si sono tenuti all’Avana fino al raggiungimento dell’accordo finale, si distingue per il suo impegno permanente in Colombia a uscire dall’oscurità e passare attraverso una civiltà non segnata dalla morte. Gli ho chiesto: “Oggi ci sono molti che pensano e dicono che il processo di pace è fallito, ma non tu. Perché?”. La sua risposta è stata la seguente: “questo bagno di sangue non è dovuto al fallimento del processo di pace, ma perché c’è proprio un processo di pace, perché c’è una lotta per l’attuazione delle riforme: rurale, politica, così come per il cambio di strategia in materia di narcotraffico e verità e giustizia. E i crimini commessi sono il tentativo di porre fine all’accordo di pace. Quelli che vengono assassinati sono quelli che difendono il processo, quella conquista, e per impedire che quel processo diventi più forte, avvengono tutte queste azioni violente ”.

È una visione condivisa da milioni di persone dentro e fuori il Paese, nonostante quanto sia tortuosa la strada e quanti l’hanno abbandonata. È in gioco molto, non è niente di più e niente di meno che il diritto a una Colombia in PACE.

http://www.farodiroma.it/la-pace-in-colombia-4-anni-dopo-tanto-sangue-e-molta-violenza-ma-resta-uno-spiraglio-di-speranza-di-tatiana-perez/

Alla luce della crisi pandemica, un dibattito sull'alternativa socialista fra aggressioni politico-economiche e scadenze elettorali. Verso la campagna nazionale della Rete dei Comunisti "Americhe: socialismo e barbarie". A seguire, cena di autofinanziamento e concerto dei Mesudì

En la historia del siglo XX hemos visto en varios países a golpistas y terroristas que, habiendo abandonado el camino de la violencia, participaron y ganaron elecciones legítimas, donde, como le sucedió en Israel a Menachem Begin, un criminal confeso del atentado al King David en Jerusalén, esto fue posible gracias a los legisladores con medidas de clemencia, como amnistías e indultos. Lo que está sucediendo en Venezuela, comenzando con el intento de asesinar al presidente Maduro del 4 de agosto de 2018 (ataque preparado en Washington y Bogotá, como se descubrió posteriormente), sin embargo, probablemente no tenga precedentes. De hecho, al gobierno legítimo de Nicolás Maduro fue rechazado por Juan Guaidò, líder de la oposición y expresidente de la Asamblea Nacional, el ofrecimiento de participar en las próximas elecciones de diciembre, ofrecimiento hecho a pesar de que las numerosas investigaciones en curso demuestran inequívocamente sus responsabilidades  en al menos tres intentos de golpe fallidos y el uso fraudulento de fondos para financiar tales actividades ilegales. Delitos gravísimos que, sin embargo, no le costaron ni un día de prisión, y por los cuales, con renunciar a continuar en la ilegalidad, podría haber gozado de amnistía. Pero estos hechos evidentes no han sido “advertidos” por Bruselas y esto pone de relieve una complicidad del jefe de política exterior de la UE, Borrelli. Desafortunadamente, incluso la Iglesia venezolana ha cerrado los ojos ante esto al respaldar información incompleta que distorsiona la verdad y engaña a una parte del mundo católico.

“Lo que está montando Guaidò (remotamente controlado por Washington) es una comedia que tiene un propósito específico: establecer las razones para luego disputar la plena legitimidad y regularidad de las próximas elecciones de diciembre en las que participará toda la oposición, incluidos los ex aliados de Guaidò, quien por su decision está fuera de las elecciones no reconociendolas – a pesar de la liberación de prisión de sus líderes golpistas y una amnistía por delitos graves como una clara muestra de la disposición del gobierno de Maduro hacia el diálogo pleno . Por esto Guaidó está ahora severamente atacado por la oposición ”, explica Luciano Vasapollo, economista amigo de Hugo Chávez y profundo conocedor de la realidad venezolana, sobre el cual pudo conversar en varias ocasiones con el Papa Francisco y su principal colaborador, el secretario de Estado Pietro Parolin. .

“Esta es – apunta Vasapollo – una situación completamente anómala que ve la complicidad de los grandes medios occidentales que apoyan la legitimidad de la autoproclamación, en enero de 2019, de Juan Guaidò como presidente de Venezuela y proponen una lectura engañosa de la crisis humanitaria vigentes en el país sudamericano, guardando silencio sobre las responsabilidades de quienes imponen un criminal bloqueo económico que condena a muerte a la parte más débil de la población, a los niños y a los enfermos que permanecen sin medicamentos no abastecidos a pesar de que en muchos casos ya habían sido pagados por Venezuela “.

 La historia del golpista Guaidò, comandado a control remoto por Washington,  comienza el 10 de enero de 2019 cuando Nicolás Maduro jura ante la Corte Suprema de Justicia y asume el cargo de Presidente de la República para el período 2019/2025 tras ganar las elecciones de mayo de 2018 con el 68 por ciento de los votos. Inmediatamente Estados Unidos no reconocen la legitimidad del nuevo presidente porque, según ellos, las elecciones habrían sido trucadas y desde ese momento harán todo lo posible para lograr un cambio de gobierno.

“La elección de mayo de 2018 fue absolutamente regular, como atestiguan los observadores internacionales encabezados por Josè Zapatero”, dijo Vasapollo, quien formó parte de los observadores con el sindicalista Giorgio Cremaschi, el jurista Fabio Marcelli y el director de este diario Salvatore Izzo.

“Doce días después del juramento de Maduro, el 22 de enero, Juan Guaidò -reconstruye Vasapollo-, apoyado por Estados Unidos, se proclama, en una plaza de Caracas, presidente de Venezuela, desconociendo al presidente legítimo. Y varios países además de EE. UU y la UE reconocen esta autoproclamación sin precedentes en el derecho internacional ”, prosigue Vasapollo, quien apunta cómo los mismos países reconocieron entonces la reelección de Guaidò como presidente del ANC hace unos meses en una votación ilegítima , celebrada en la redacción de un periódico en lugar del Parlamento (donde ya no tiene mayoría). “Es desconcertante cómo en particular la Unión Europea acepta este tipo de violación de las normas constitucionales de un país soberano, llevada a cabo por el líder de una minoría violenta, que hemos visto actuar bajo su mando, en un intento de ocupar la base militar de La Carlotta, para  luego violar las fronteras de Colombia con camiones de armas, y nuevamente en el acuerdo estipulado con agencias mercenarias para el intento de invasión desde el mar el pasado mes de mayo ”.

Como se sabe, el 23 de febrero de 2019 Estados Unidos intentó invadir territorio venezolano con la excusa de ayuda humanitaria. De hecho, en los camiones se escondían diversos materiales que serían utilizados por los mercenarios colombianos infiltrados en Venezuela para avivar las protestas y crear una cabeza de puente en la frontera con Colombia. El proyecto insurreccional también preveía que el ejército venezolano se volvería contra el gobierno de Maduro y por lo tanto apoyaría a los mercenarios. Pero las cuentas no cuadraron ese día: la noticia sobre la certeza del motín del ejército propagada por Juan Guaidò y el apoyo a su autoproclamación fueron falsas.

“El ejército -quiere enfatizar Vasapollo- se mantuvo fiel a Maduro como sucederá en el futuro y el intento de invasión fracasó estrepitosamente. E incluso el New York Times se vio obligado a admitir que el fuego de los camiones que cruzaban la frontera colombiana en febrero pasado fue realizado por manifestantes pro Guaidò. Unos días después, el diario estadounidense publicó un video exonerando a la policía venezolana en el que se ve a simpatizantes de Guaidò arrojando bombonas a camiones ”.

“En esos mismos días – apunta Vasapollo – sin ninguna vergüenza, Estados Unidos presentó una resolución al Consejo de Seguridad de la ONU en la que se pide la urgente necesidad de reconocer a Juan Guaidò como presidente venezolano y la necesidad de convocar elecciones libres. La resolución no se aprobó porque Rusia puso el veto ”.

Mientras tanto, el fiscal general venezolano ha citado a Guaidò por “intento de golpe de Estado e intento de asesinato”, como lo comunicó el fiscal general William Saab, al explicar que Guaidò fue llamado a comparecer ante los fiscales el jueves, luego de una investigación sobre la incautación de un depósito de armas en la vecina Colombia, que según el poder judicial venezolano estaban destinados a ser introducidos de contrabando en Venezuela. El plan, del que los jueces dicen tener pruebas muy sólidas, tenía como objetivo “la eliminación quirúrgica de objetivos previamente identificados”. Lo que en lenguaje coloquial significa “asesinar, matar al jefe de Estado ”, explicó el fiscal.

“Despierta admiración – concluyó Vasapollo – la respuesta del gobierno legítimo de Venezuela al plan elaborado por la Casa Blanca para apoyar los fines presidenciales de Guaidó y además acompañado de la inaceptable amenaza de nuevas sanciones contra la República Bolivariana, encabezada por el presidente Nicolás Maduro”.

http://www.farodiroma.it/venezuela-la-comedia-de-guaido-para-frustrar-las-elecciones-vasapollo-un-plan-acordado-con-washington-la-complicidad-de-bruselas/

Nella storia del ‘900 abbiamo visto in diversi paesi golpisti e terroristi che, abbandonata la via della violenza, hanno partecipato e vinto elezioni legittime, laddove, come è accaduto in Israele a Menachem Begin, reo confesso dell’attentato al King David di Gerusalemme, ciò è stato reso possibile dai legislatori con misure di tipo clemenziale, come amnestie e indulti. Quello che sta accadendo in Venezuela, a partire dal tentativo di uccidere il presidente Maduro il 4 agosto del 2018 (attentato preparato a Washington e Bogotà, come è stato poi appurato), però, non ha probabilmente precedenti. Il legittimo governo di Nicolas Maduro si è visto infatti respingere da Juan Guaidò, leader dell’opposizione e già presidente dell’Assemblea Nazionale, l’offerta di partecipare alle prossime elezioni di dicembre, avanzata nonostante le numerose inchieste in corso dimostrino inequivocabilmente le sue responsabilità penali in almeno tre tentativi di colpi di Stato e di utilizzo fraudolento di fondi per finanziare tali attività illegali. Reati gravissimi che però non gli sono costati nemmeno un giorno di prigione, e per i quali, rinunciando a continuare nell’illegalità, avrebbe potuto godere dell’amnistia. Ma questi fatti evidenti non sono stati “notati” da Bruxelles e ciò evidenzia una complicità del responsabile della politica estera della Ué, Borrelli. Purtroppo anche nella Chiesa venezuelana si sono chiusi gli occhi su questo avallando informazioni incomplete che distorcono la verità e traggono in inganno una parte del mondo cattolico.

“Quello che Guaidò (teleguidata da Washington) sta mettendo in scena è una commedia che ha uno scopo preciso: precostituirsi le ragioni per poi contestare la piena legittimità e regolarità delle prossime elezioni di dicembre alle quali parteciperà peraltro tutta l’opposizione, compresi gli ex alleati di Guaidò, il quale per sua scelta sta fuori dalle elezioni non riconoscendole – nonostante ci siano state nei mesi scorsi la liberazione dal carcere di suoi amici golpisti e una amnistia per gravi reati come chiaro segno di disponibilità al pieno dialogo da parte del governo Maduro. Per questo
Guaidó è ora attaccato duramente proprio dalle opposizioni”, ci spiega Luciano Vasapollo, economista amico di Hugo Chavez e profondo conoscitore della situazione venezuelana, sulla quale ha potuto più volte conferire con Papa Francesco e con il suo principale collaboratore, il segretario di Stato Pietro Parolin.

“Si tratta – rileva Vasapollo – di una situazione del tutto anomale che vede la complicità dei grandi mezzi di informazione occidentali che sostengono la legittimità dell’autoproclamazione, nel gennaio 2019, di Juan Guaidò quale presidente del Venezuela e propongono una lettura fuorviante della crisi umanitaria in atto nel paese sudamericano, tacendo le responsabilità di chi impone un blocco economico criminale che condanna a morte la parte più debole della popolazione, i bambini e i malati che restano privi di farmaci non approvvigionati nonostante in molti casi fossero già stati pagati dal Venezuela”.

La vicenda del golpista Guaidò, telecomandato da Washington, inizia
il 10 gennaio 2019 quando Nicolas Maduro giura di fronte al Tribunale Supremo di Giustizia e assume la carica di Presidente della Repubblica per il periodo 2019/2025 dopo aver vinto con il 68 per cento dei voti le elezioni del maggio 2018. Subito gli Stati Uniti non riconoscono la legittimità del nuovo Presidente perché, secondo loro, le elezioni sarebbero state truccate e da quel momento in poi faranno di tutto per arrivare ad un cambio di governo.

“L’elezione nel maggio 2018 è stata assolutamente regolare, come testimoniato dagli osservatori internazionali guidati da Josè Zapatero”, tiene affermare Vasapollo che faceva parte degli osservatori con il sindacalista Giorgio Cremaschi, il giurista Fabio Marcelli e il direttore di questo giornale Salvatore Izzo.

“Dodici giorni dopo il giuramento di Maduro, il 22 gennaio, Juan Guaidò – ricostruisce Vadapollo – appoggiato dagli Stati Uniti, si autoproclama, in una piazza di Caracas, presidente del Venezuela disconoscendo il legittimo presidente. E diversi paesi oltre agli Usa e all’UE riconoscono tale autoproclamazione che nel diritto internazionale non ha precedenti”, continua Vasapollo, che rileva come gli stessi paesi abbiano poi riconosciuto qualche mese fa la rielezione di Guaidò a presidente dell’Anc in una votazione illegittima, tenuta nella redazione di un giornale anziché in Parlamento (dove non ha più la maggioranza). “È sconcertante come in particolare l’Unione Europea accetti questo tipo di violazioni delle regole costituzionali di un paese sovrano, compiute dal leader di una minoranza violenta, che abbiamo visto all’opera al suo comando, nel tentativo di occupare la base militare di La Carlotta, poi di violare con camion di armi i confini dalla Colombia, e ancora nell’accordo stipulato con agenzie di contractor per il tentativo di invasione dal mare lo scorso maggio”.

Come è noto, il 23 febbraio 2019 gli Stati Uniti con la scusa degli aiuti umanitari hanno cercato di invadere il territorio venezuelano. Infatti nei camion erano nascosti vari materiali che sarebbero stati usati dai mercenari colombiani infiltrati in Venezuela per alimentare le proteste e creare una testa di ponte al confine con la Colombia. Il progetto insurrezionale prevedeva poi che l’esercito venezuelano si sarebbe rivoltato contro il governo di Maduro e quindi avrebbero dato manforte ai mercenari. Ma i conti quel giorno non tornarono: le notizie sulla certezza dell’ammutinamento dell’esercito propagandate da Juan Guaidò e del sostegno alla sua autoproclamazione erano false.

“L’esercito – tiene a sottolineare Vasapollo – restò fedele a Maduro come poi avverrà in futuro e il tentativo di invasione fallì miseramente. Ed anche il New York Times è stato costretto ad ammettere che l’incendio dei camion che passavano dalla frontiera colombiana lo scorso febbraio era stato compiuto da manifestanti pro Guaidò. Il quotidiano statunitense alcuni giorni dopo ha pubblicato un video che scagiona la polizia venezuelana in cui si vedono i sostenitori di Guaidò lanciare bottiglie incendiarie contro i camion”.

“In quegli stessi giorni – rileva Vasapollo – senza nessun pudore gli Stati Uniti hanno presentato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu una risoluzione nella quale viene richiesta l’urgenza di riconoscere Juan Guaidò come presidente venezuelano e la necessità di convocare libere elezioni. La risoluzione non è passata perché la Russia ha apposto il veto”.

Intanto la Procura Generale del Venezuela ha citato Guaidò per “tentato colpo di stato e tentato omicidio”, come ha comunicato il procuratore generale William Saab spiegando che Guaidò è stato chiamato a comparire davanti ai pubblici ministeri giovedì, a seguito di un’indagine della scorsa settimana sul sequestro di un deposito di armi nella vicina Colombia, che secondo la magistratura venezuelana sarebbero state destinate a essere contrabbandate in Venezuela. Il piano, di cui i giudici dicono di avere prove molto solide, era finalizzato “all’eliminazione chirurgica di obiettivi precedentemente identificati’. Che in linguaggio colloquiale significa assassinare, uccidere il capo dello Stato”, ha spiegato il procuratore.

“Suscita ammirazione – ha concluso Vasapollo – la risposta del Governo legittimo del Venezuela al piano elaborato dalla Casa Bianca per sostenere le mire presidenziali di Guaido e peraltro accompagnato dalla inaccettabile minaccia di ulteriori sanzioni contro la Repubblica Bolivariana, guidata dal presidente Nicolas Maduro”.

http://www.farodiroma.it/la-commedia-di-guaido-per-vanificare-le-elezioni-vasapollo-un-piano-concordato-con-washington-per-ingannare-la-ue/

“Il Papa ci invita a scoprire l’altro come fratello”, ha spiegato il segretario di Stato Pietro Parolin, alla presentazione del libro “La tunica e la tonaca” di padre Enzo Fortunato, direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi. È questo, ha detto, il messaggio che il Papa ci manda attraverso l’Enciclica “Fratelli tutti, che Francesco firmerà il prossimo 3 ottobre davanti nella Basilica Maggiore, davanti alla tomba di San Francesco.

“Alla vigilia della firma della terza enciclica di Papa Francesco, ci rendiamo conto che per riparare, ricucire, abbiamo bisogno della fraternità e superare la contrapposizione amico nemico, bianco nero. Il nostro tempo liquido e triste, colpito dalla pandemia può sembrare un tempo per realisti, per costruttori di muri, eppure è proprio in questo nostro tempo che Francesco ha scelto il vocativo ‘Fratelli tutti’, ha aggiunto, inoltre, il principale collaboratore di Papa Francesco.

“E del resto anche il mondo di San Francesco non era pacifico, era un groviglio di conflitti pieno di mura e di torrette difensive. Proprio in questo contesto emerse l’audacia di uno sparuto gruppo che volle predicare la pace”, ha concluso Parolin.

Alla presentazione del libro, che si è svolto nel bel cortile del Protettorato San Giuseppe a Roma – un importante ente benefico attivo nel campo della formazione, del dialogo e della solidarietà – era presente un amico del FarodiRoma, Luciano Vasapollo, docente di Politiche Economiche alla Sapienza nonché delegato del rettore per i rapporti con l’America Latina e il Caribe.

Tra l’altro, Vasapollo – che, a termine dell’iniziativa, ha avuto un cordiale dialogo con il segretario di Stato di Papa Francesco – ha donato al cardinale Parolin una copia della sua ultima fatica, “Volta la carta… nel nuovo sistema economico e monetario: dal mondo pluripolare alle transizioni al socialismo”.

 

13 giugno 2005 Luciano Vasapollo intervenne all’Avana all’Encuentro internacional “Contra el terrorismo, por la verdad y la justicia” presieduto da Fidel Castro, presentando nell’occasione una relazione sulle connessioni tra il terrorismo nero e il Piano Condor. La riproponiamo in occasione dei 40 anni della strage di Bologna.

Oggi a L’Havana in questo gremito Palazzo delle Convenzioni c’è una folta rappresentanza delle organizzazioni italiane della solidarietà con Cuba, dall’Associazione Italia-Cuba, al Comitato 28 giugno e altre, e la presenza del responsabile esteri del Partito dei Comunisti Italiani; è a nome mio e a nome loro che rivolgo un saluto a tutti i partecipanti a questo incontro internazionale “Contro il terrorismo , per la verità e la giustizia”. Un saluto a nome di tutti i sinceri amici italiani che non fanno alcuna distinzione fra popolo cubano e Governo di Cuba, perché sanno che un popolo con così grande dignità, può esistere ed avere un futuro perché esiste un grande Governo rivoluzionario che sa guidarlo. Un caro saluto, quindi, al Comandante Fidel Castro, alle autorità del Governo presenti a questo panel, dal Presidente Ricardo Alarcon, al Ministro Abel Priedo, al Ministro Felipe Perez Roque, agli organizzatori, ai partecipanti che arrivano da così tanti e diversi paesi del mondo, ma un saluto affettuoso soprattutto a tutti i familiari delle vittime del terrorismo di Stato e imperialista.

Sono onorato di partecipare come relatore ad una grande prova di democrazia reale perchè questo evento supera le frontiere dell’America Latina ed è un grande esempio di rispetto delle regole della legalità internazionale, esempio dal quale dovrebbero imparare gran parte degli intellettuali europei di sinistra che hanno perso la pratica della militanza attiva nel movimento di classe e di quella sinistra europea orami allo sbando, confusa, che ha volutamente abbandonato i riferimenti fondamentali della gloriosa storia del movimento operaio internazionale.

Si è molto parlato nel primo giorno di questo incontro del ruolo dei fascisti italiani nel terrorismo internazionale e del loro coinvolgimento nell’”operazione Condor”; il Comandante Fidel ci ha sollecitato a continuare ad indagare in questo campo e io cercherò nella relazione di dare un contributo in tal senso. Prima, però, permettetemi di precisare tre punti sui quali mi pare che in Europa ci sia molta confusione anche nella sinistra radicale non solo in quella moderata.

– Bush, il governo statunitense e i paesi più servili agli interessi dell’imperialismo USA, tra cui il governo italiano, che non esito a definire reazionario, stanno realizzando la cosiddetta “guerra preventiva e infinita”, affermando con tutti i mezzi della propaganda del terrorismo mediatico, che si tratta di una guerra contro il terrorismo internazionale. I governi che guidano questa guerra d’aggressione non ci dicono però che il terrorismo è creato e finanziato dall’imperialismo per nascondere i veri motivi della guerra contro l’Afghanistan e l’Iraq, si tratta di una guerra classica imperialista d’espansione, per il controllo del petrolio, per definire quale sarà in futuro la valuta di riferimento internazionale fra dollaro ed euro, per definire il ruolo e l’egemonia fra i due poli imperialisti degli USA e della UE, per tentare di risolvere una crisi economica capitalista iniziata già a partire dalla metà degli anni ’70 che si configura chiaramente come crisi strutturale di accumulazione, di sovrapproduzione e di sottoconsumo, che per molti versi assomiglia alla crisi del 1929 per risolvere la quale si è giunti disgraziatamente alla Seconda Guerra Mondiale. Il conflitto fra interessi economici ed espansionistici differenti di USA e UE sta evidenziando il dispiegarsi non di una globalizzazione ma di una competizione globale che può portare a guerre contro tutti quei paesi reputati non compatibili con gli interessi dell’imperialismo. Ma l’accelerazione delle contraddizioni potrà anche portare sciaguratamente ad una competizione globale che si trasforma in guerra interimperialista, che significherebbe distruzione completa dell’umanità.

– L’imperialismo utilizza e accompagna la guerra guerreggiata con il terrorismo armato e militare, ma anche con il terrorismo sociale ed economico, ed è esempio di questo il bloqueo contro Cuba e prima della guerra con il bloqueo contro l’Iraq; si tratta di veri e propri crimini contro l’umanità. Ma è terrorismo sociale ed economico anche quello che governi di centro-destra e anche di centro–sinistra applicano nei paesi a cosiddetto capitalismo maturo, dove si usa l’economia di guerra contro il movimento dei lavoratori sferrando, ormai da oltre 25 anni, un attacco senza precedenti al salario, alle condizioni di vita, ai diritti del lavoro e ai diritti sociali, applicando privatizzazioni selvagge, distruggendo lo Stato sociale. In poche parole si ritorna al keynesimo militare per tentare di risolvere la crisi capitalista, aumentando le spese militari e tagliando le spese sociali; questo significa aumentare la disoccupazione, il lavoro precario, aumentare la massa dei poveri e degli emarginati anche nei paesi che continuano a reputarsi sviluppati, a capitalismo “avanzato”.

– La sinistra europea deve prendere esempio dal dibattito articolato e completo di questo incontro internazionale dove si discute di questioni di fondo per il futuro dell’intera umanità , dove si condanna completamente il terrorismo senza la logica della doppia morale. Come non esiste alcuna distinzione fra guerra di aggressione e guerra giusta e umanitaria, la guerra è solo morte e distruzione, così non deve esistere alcuna condotta differente e doppia morale nel combattere un assurdamente ipotizzato “terrorismo buono” e “terrorismo cattivo”. Il terrorismo anche quando sembra presentarsi come fenomeno autonomo e indipendente è sempre creato , finanziato e funzionale agli interessi imperialisti . Altra cosa è la resistenza dei popoli che anche quando è resistenza armata, come in Palestina, in Iraq, in Colombia , deve essere appoggiata da tutti i sinceri rivoluzionari perché è lotta di massa, è lotta di popolo , è lotta contro l’aggressione imperialista che sceglie le sue forme per affermare in maniera chiara l’indipendenza e l’autodeterminazione dei popoli. In Italia esiste una “Rete per la resistenza globale” che afferma in maniera chiara questi principi, che sa distinguere in maniera netta fra terrorismo che è sempre imperialista e resistenza popolare; una resistenza popolare che va appoggiata, come diciamo in Italia,”senza Se e senza Ma”. La sinistra europea deve decidere : o complice dell’imperialismo o al fianco dei popoli che lottano per la loro autodeterminazione.

Finiti i tre punti che tenevo particolarmente a segnalare, anche se in modo sintetico, e anche se mi piacerebbe molto continuare a discutere con voi di economia internazionale e di connessione fra economia di guerra e di guerra guerreggiata, devo passare però a parlare dei punti sollecitati più volte dal dibattito in corso.

Se il terrorismo è contro i popoli e contro la loro volontà di indipendenza; così anche si è presentato e così è stato utilizzato storicamente anche nei paesi dell’occidente capitalista. In Italia il terrorismo di Stato a volte utilizzando i fascisti, a volte utilizzando la mafia e alcune logge massoniche, ma sempre con l’intervento diretto o indiretto della CIA, dei servizi segreti israeliani e dei servizi segreti, deviati o meno, italiani, si è sviluppato un vero e proprio laboratorio del terrorismo di Stato; un terrorismo sempre indirizzato contro le conquiste democratiche del movimento dei lavoratori, sempre utilizzato contro il movimento operaio e di classe per colpire la volontà popolare di trasformazione radicale della società. L’Italia è stata un vero e proprio laboratorio sperimentale delle diverse forme che dalla fine degli anni ’40 ha assunto il terrorismo di Stato, sempre legato a centrali dei servizi segreti stranieri, in particolare di quelli degli USA. Dalla strage di Portella della Ginestra (1947) effettuato contro un movimento dei contadini che lottava per abolire il latifondo, fino alle stragi di fine degli anni ’60, anni ’70 e ’80 (come ad esempio la strage di Piazza Fontana, la strage di Brescia, la strage dell’Italicus, la strage di Bologna, ecc.) indirizzate contro l’avanzamento di un grande movimento operaio e studentesco, il terrorismo è stato sempre strumento di offensiva anticomunista e contro le lotte dei lavoratori. Si potrebbe parlare anche delle stragi cosiddette di mafia degli anni ’90 o degli omicidi dei tanti militanti comunisti e del movimento di classe italiano, si potrebbe parlare dei tanti misteri che volutamente rimangono insoluti nella storia del terrorismo italiano, o di altri episodi ancora poco chiari come la grande repressione contro il movimento di lotta a Genova del 2001 dove è stato ucciso il giovane Carlo Giuliani; anche la brutale repressione di quel giorno non è chiara e andrebbe maggiormente indagato e approfondito il ruolo dei servizi segreti italiani e statunitensi anche in quella occasione.

In Italia dal 1969 al 1989 si sono avute 429 vittime 2000 feriti e le più importanti stragi sono ancora impunite, ma ormai tutte le sentenze della magistratura parlano delle atroci e perverse connessioni fra fascisti, mafia, settori dei servizi segreti italiani, ruolo della CIA, ecc. Ad esempio è documentato in migliaia di pagine scritte da onesti magistrati il ruolo dell’”Internazionale nera” con il ruolo internazionale di organizzazioni fasciste come Ordine Nero, Ordine Nuovo, La Fenice, Avanguardia Nazionale e altre. E’ provato ormai in molti processi per strage il legame tra le organizzazioni fasciste europee (Italia, Spagna, Grecia, Francia, ecc.) e i loro legami con i governi dittatoriali e le forze militari e paramilitari dell’America Latina. E’ provato fin dalla fine della seconda Guerra Mondiale la costituzione di una rete internazionale a cui hanno partecipato ex gerarchi nazisti, fascisti italiani, con interconnessioni non solo con la CIA ma con settori del governo statunitense nei vari periodi. Ci sono ormai decine di sentenze della magistratura e verbali di Commissioni Parlamentari che parlano di tutto questo. Nei prossimi giorni potrò spedire all’ANEC, ai compagni cubani che direttamente si occupano di tali problemi alcuni verbali ormai pubblici, che si trovano su internet per esempio della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”.

Ho qui con me per esempio i verbali della 12ª seduta, giovedi’ 20 marzo 1997, Presidenza del Presidente Pellegrino (di seguito Doc. Comm. Parl.) di tale Commissione con l’audizione del giudice Salvini, uno dei magistrati coraggiosi che hanno tentato e stanno continuando ad operare per fare chiarezza sui tanti punti oscuri del terrorismo e dello stragismo in Italia e delle sue connessioni internazionali.

Metto a disposizione questo documento e passo alla lettura solo di alcune piccole parti che mi sembrano le più significative tra le risposte fornite alla Commissione dal giudice Salvini. Ad esempio leggo virgolettato :

“SALVINI (pag. 3 di 28 del Doc. Comm. Parl) Vi segnalo l’importanza di questo insieme di atti perché essi delineano qualcosa che storicamente è veramente molto significativo. Dalle convergenti dichiarazioni di Carlo Digilio e del maggiore Karl Hass e dai documenti forniti dal Sismi, risulta che nell’immediato dopoguerra le medesime persone fisiche – intendo ufficiali italo-americani che operavano in Italia dopo la fine della guerra e che erano inquadrati nei servizi di informazione militari americani – ebbero da un lato a reclutare il maggiore Karl Hass, recuperandolo dalla detenzione, istruendolo opportunamente e attivandolo – come sappiamo – per la campagna in funzione anticomunista nel primi anni cinquanta. Lo reclutarono quindi ufficialmente per la struttura americana che operava in quegli anni cruciali nel nostro paese. Le stesse persone hanno in quegli anni reclutato la struttura che faceva riferimento a Minetto e a Digilio, cioè la struttura ordinovista che doveva poi essere un elemento di raccordo con una certa strategia nel nostro paese.

Le stesse persone fisiche, cioè, sono i reclutatori del maggiore Karl Hass e di reclutatori degli uomini di Minetto e Carlo Digilio. Si tratta di due soggetti italo-americani, funzionari di un servizio di quel paese, i quali sono stati indicati separatamente e in modo coincidente dai due testimoni, Digilio ed Hass. Sono state trovate le foto ed entrambi sono stati riconosciuti. Purtroppo questi due soggetti sono morti, perché sono passati molti anni, ma è molto importante che questa rete, questa struttura americana abbia reclutato nei medesimi anni, con un medesimo obiettivo geostrategico, due aree: ufficiali tedeschi, da un lato; ordinovisti per controllarli ed eventualmente dirigerli, dall’altro. Questo poi lo vedrete dagli atti che vi produco oggi al termine dell’audizione…. (pag. 4 di 28 di Doc. Comm. Parl) …

A questo punto Carlo Digilio inizia una serie di attività in una delle due reti che gravitano all’interno della base Ftase di Verona. Esattamente Digilio lavora prevalentemente nella rete informativa, poi c’è una rete operativa, con due diverse catene di comando, due diversi gruppi di collaboratori e, tanto per capirsi a livello estremamente pratico, il livello di Digilio è quello in cui suo diretto superiore è ancora un italiano, il diretto superiore di quest’ultimo è invece un ufficiale americano. Quindi si tratta di un livello non bassissimo ma direi medio nella struttura….. (pag.5 di 28 di Doc. Comm. Parl)…

Noi non abbiamo nessuna traccia del fatto che la struttura americana abbia informato la nostra struttura informativa o di polizia giudiziaria di quanto stava avvenendo, con il contributo che sappiamo, nemmeno è stato accertato che vi sia stato questo primo passaggio, ma lo ritengo improbabile proprio perché c’è un contributo di spinta, un contributo attivo. Ma non abbiamo nemmeno la prova che i nostri servizi abbiano eventualmente informato la nostra autorità giudiziaria o comunque, al limite, la polizia giudiziaria. Per cui ci troviamo in una situazione, in questo caso in modo estremamente netto, di gravissima illegalità…

Non è una cosa molto nota perché per il pubblico, per un lettore mediamente acculturato, esiste la Cia e basta. Lei sicuramente, così come tutti i presenti, lo sa. Il sottoscritto ha dovuto farsi questa cultura e ben sa, e ha intuito, che sono due le strutture informative, tanto è vero che anche lei ha parlato – io l’ho prevenuta in questo e ci saremmo prevenuti l’un l’altro -una rete che fa capo alle strutture diplomatiche e di una che fa capo alle strutture militari.
Sospendo un attimo la distinzione di quale delle due sia la possibile responsabile; farò un breve inciso e poi passeremo in seduta segreta per la risposta a questa domanda”.
E poi ancora nelle pagine successive (pag. 10 di 28 di Doc. Comm. Parl)

(pag.12 di 28 di Doc. Comm. Parl)
”…Secondo me l’audizione è stata molto importante perché ha tolto un pochino quella sorta di possibile ritenuta antinomia tra quelli che seguono la pista internazionale e quelli che seguono la pista interna. Questa differenziazione non esiste, sono le stesse parole del generale Maletti che ce lo dimostrano quando ci parla della dipendenza assoluta, della collaborazione e della sudditanza da parte dei Servizi italiani all’epoca rispetto a quelli degli Stati Uniti d’America…”
E ultima cosa che vorrei evidenziare: (pag. 18 di 28)

“I traffici, gli esplosivi continuano abbondantemente e senza ritegno. Abbiamo il 1979, il 1980, il 1981 e il 1982, con un Digilio che, rendendosi latitante per l’indagine cosiddetta del ‘Poligono’ (questa indagine a Venezia, evidenzia solo pochissimi fatti, ma proprio la punta dell’iceberg. fattiche oggi sono modesti, vista la complessità delle azioni criminose) e fugge. Resta latitante in Italia per tre anni, si reca a Santo Domingo e lì inizia ad entrare in una rete che è finalizzata a selezionare tra i fuggiaschi cubani che giungono a Santo Domingo i possibili infiltrati del Governo cubano. Per cui è stato arrestato ad attività ancora pienamente…”.

Il dottor Salvini ci ha spiegato come nelle fasi della sua indagine siano state individuate responsabilità di agenti stranieri e statunitensi, che in una prima fase sono sembrati appartenenti alla Cia, mentre in una seconda fase stanno invece assumendo le indagini una direzione diversa; nella prima e nella seconda ipotesi la catena di comando e delle responsabilità si interrompe ad un certo punto.

Su questo ultimo punto riguardante più direttamente le infiltrazioni in America Latina e le attività contro Cuba mi pare che bisogna saper andare avanti, indagare e approfondire perché si può fortemente supporre che i fascisti italiani, l’Internazionale Nera possano essere coinvolti nell’ “operazione Condor”. Penso che i compagni italiani ed europei in genere possano dare un valido aiuto in tal senso costruendo una rete di controinformazione che a partire dalle migliaia di pagine scritte da sentenze della magistratura e da Commissioni parlamentari di inchiesta in tutta Europa e inviando tale materiale ufficiale e pubblico ai compagni cubani, si possa tentare di chiarire meglio, di far luce sulle connessioni sui servizi segreti più o meno deviati europei e CIA, organizzazioni fasciste e loro eventuale coinvolgimento nell’”operazione Condor”, fino ad arrivare anche a capire e approfondire il ruolo e le responsabilità, se ci sono, dei governi europei per meglio analizzare anche le responsabilità del governo statunitense.

Rimangono comunque i fatti e la ultima assoluzione nel procedimento penale contro noti fascisti per la strage di Piazza Fontana è un fatto drammatico che colpisce e offende non solo i comunisti , ma l’intero popolo italiano e tutti i sinceri democratici nel mondo. E’ora della verità e della giustizia! E’ ora che il governo italiano la finisca con la logica della doppia morale, della condotta differente, perché da una parte il governo reazionario italiano completamente servile agli interessi USA utilizza la minaccia del terrorismo internazionale per giustificare il proprio ruolo in una guerra di aggressione contro il popolo dell’Iraq, dall’altra non chiede giustizia per la morte di Fabio Di Celmo, applica e appoggia il bloqueo degli USA contro Cuba, vero e proprio terrorismo economico.

Il governo italiano insieme agli USA chiama “Stati terroristi e canaglia” quei paesi come l’Iraq, l’Iran, la Siria che si sottraggono all’accettazione supina della logica dell’imperialismo, come Cuba e il Venezuela che hanno la sola colpa di mettere in discussione la proprietà dei mezzi di produzione e che scelgono la strada del socialismo in opposizione alla barbarie del capitalismo e dell’imperialismo. Governi italiani , non solo il governo Berlusconi ma prima il governo di centro-sinistra, che continuano nella logica della doppia morale non indagando fino in fondo sul ruolo internazionale del terrorismo fascista italiano e che non si adoperano fino in fondo per chiedere giustizia per l’assassinio di Fabio di Celmo.

Ma su questo ultimo punto bisogna fare chiarezza anche nei confronti di una parte della sinistra italiana. La richiesta di giustizia per l’assassinio di Di Celmo deve mettere in atto anche in Italia, una grande campagna per la richiesta di estradizione di Posada Carriles, estradizione però in Venezuela, tenendo fuori completamente l’ipotesi di una estradizione in Italia perché un governo come quello italiano così compromesso con gli interessi statunitensi, così coinvolto con gli USA nella guerra di aggressione contro l’Iraq , non capace neppure di mettere sotto accusa il governo USA per la morte di Calipari , dimostra una completa subalternità agli interessi USA. Il governo italiano non ha l’autorità morale e non ha l’indipendenza politica dagli USA per poter chiedere , qualora mai lo volesse, l’estradizione del terrorista Carriles.

Ma l’Italia non è solo questa; c’è un’Italia che lotta , c’è l’Italia del movimento di solidarietà con Cuba, l’Italia della solidarietà internazionalista , l’Italia del movimento contro la guerra ,l’Italia delle lotte del sindacalismo di base. Un’Italia di resistenti a cui il governo e la magistratura italiana rispondono ancora oggi con migliaia di procedimenti penali per reati di opinione , per reati connessi alle quotidiane lotte sociali.
E’ questa l’Italia che vuole verità e che vuole giustizia, è questa l’Italia che appoggia Cuba in una grande battaglia contro il terrorismo internazionale .

Permettetemi alla fine di ricordare tra le tante attività di solidarietà con Cuba una mozione approvata dal Congresso Nazionale delle Rappresentanze sindacali di Base (RdB) – Pubblico Impiego contro le continue provocazioni che Cuba quotidianamente subisce e di piena solidarietà al processo rivoluzionario cubano.
Sono orgoglioso di appartenere a questa parte dell’Italia , all’Italia che lotta per la pace, la libertà, la verità e la giustizia.
Queste sono le parole scritte nella storia del movimento operaio e socialista italiano e internazionale .
Perché se un altro mondo è possibile lo sarà solo se costruito secondo le linee guida e i principi del socialismo.

Viva il socialismo! Viva Cuba! Viva Fidel!

Luciano Vasapollo

La muerte de Eusebio Leal Spengler, “protagonista intelectual militante del socialismo en Cuba y en el mundo revolucionario, patrimonio de toda la humanidad”, fue anunciada hoy por el Capítulo italiano de la Red en Defensa de la Humanidad, que expresó “un profundo dolor por la pérdida”. “Hasta el final con todo mi corazón”, escribieron en Twitter Rita Martufi y Luciano Vasapollo, recordando al gran intelectual que recientemente recibió el Título Honoris Causa en Ciencias Jurídicas – Historia del Derecho de la Pontificia Universidad Lateranense.

Eusebio Leal Spengler, el “Historiador” de la Ciudad de La Habana, que celebró el 500 aniversario de su fundación el año pasado, ha hecho un trabajo excepcional en la recuperación del centro histórico de esta hermosa ciudad, declarada Patrimonio de la Humanidad  por la Unesco en 1982.

“Con su incesante compromiso diario ha demostrado que nada es imposible. Además de haber recuperado La Habana Vieja, de la cual es el alma misma, ha mejorado el enorme tesoro arquitectónico, cultural y social de la ciudad y Cuba “, dice la motivación.

En la Lectio Magistralis “Cardenal Jaime Ortega Alamino: el pastor y el hombre. En alabanza a la virtud sacerdotal “, Leal Spengler había recordado la evolución de la Iglesia en Cuba a lo largo de los siglos, evocando las visitas históricas de los últimos tres Papas a Cuba: Juan Pablo II, Benedicto XVI y Francisco y la cálida bienvenida recibida, haciendo hincapie en los puentes de diálogo construidos entre la Iglesia y el estado cubano.

“Juan Pablo II – dijo Leal Spengler a “30 días “ en 2008 – siempre será recordado por su amable atención en mantenerse constantemente informado sobre los eventos de Cuba. Su visita fue un momento memorable para la isla. Una visita precedida y preparada por otras personalidades religiosas, cuyo trabajo ha influido profundamente en permitir este evento. Entre estos recuerdo a la Beata Madre Teresa de Calcuta y a la Reverenda Madre Tekla Famiglietti, Superiora General de la Orden de Santa Brígida (en la foto con Castro y Leal Spengler, ed.). Las relaciones con la Iglesia están pasando por un momento de creatividad excepcional. Se basan en el respeto mutuo y la búsqueda incansable del bien del pueblo cubano. Una idea expresada varias veces por Fidel Castro: luchar para obtener toda la justicia que está dentro de nuestros medios y preservar los éxitos y logros sociales de la revolución para las generaciones futuras. Esta es la base de nuestras esperanzas “.

http://www.farodiroma.it/adios-a-eusebio-leal-spengler-intelectual-catolico-cubano-el-recuerdo-de-vasapollo-y-martufi-el-titulo-honoris-causa-del-lateranense/

 

Realizzazione: Natura Avventura

Joomla Templates by Joomla51.com