Usa, Unione Europea e Cina sono di fronte ad un passaggio che le obbliga a decisioni epocali rispetto al livello di inter-connettività conosciuto durante i trent’anni della globalizzazione neo-liberista.

Fino a quando persisteva un rapporto di scambio ineguale profittevole tra le prime due e la Repubblica Popolare, il gioco ha retto; ma, risalendo progressivamente la catena del valore delle merci prodotte, la Cina è diventata un competitor mondiale a tutti gli effetti in grado di fare scarpe in alcuni settori sia agli Stati Uniti che alla UE, e quindi un antagonista tout court.

Se Pechino sta divenendo un attore di peso anche nel campo finanziario ed una potenza militare in grado di esercitare una diplomazia assertiva, lo può fare grazie ad un solido sistema economico pianificato ed allo sviluppo di settori strategici prevalentemente in mano pubblica – pensati all’interno di questo processo di pianificazione – per quello che sarà il futuro ciclo di accumulazione post-pandemico: dall’intelligenza artificiale all’automotive elettrico, dalle energie rinnovabili all’agricoltura.

Gli USA come l’UE stanno correndo ai ripari

L’amministrazione Biden, “richiederà una revisione delle catene di approvvigionamento che presentano delle criticità per ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dalla Cina e da altri rivali per qualunque prodotto, dalle terre rare ai principi attivi dei farmaci fino ai semiconduttori”, recita l’introduzione dell’articolo che abbiamo tradotto.

Vediamo come gli USA intendono muoversi rispetto a due settori strategici, per altro interconnessi, come l’Intelligenza Artificiale e le “materie rare”.

Dopo due anni di studi, la Commissione nazionale della Sicurezza sull’Intelligenza Artificiale statunitense, suggerisce di costruire una “base domestica resiliente” per la progettazione e la costruzione dei semi-conduttori, sganciandosi progressivamente da Taiwan che potrebbe, tra l’altro, tornare ad essere parte della Cina continentale.

Nel rapporto di 756 pagine la Commissione non usa mezzi termini e parla di “momento di vulnerabilità strategica”, visto che la Cina investe in tecnologie avanzate. Questo pericolo naturalmente ha delle ripercussioni sul settore militare.

Il rapporto – citato dal Financial Times – afferma che: «La Cina è già alla pari nell’intelligenza artificiale, ed è più tecnicamente avanzata in alcune applicazioni. Nel prossimo decennio, la Cina potrebbe sorpassare gli Stati Uniti come maggiore potenza dell’Intelligenza artificiale».

Un monito esplicito inteso ad aumentare la spesa dello Stato in ricerca e formazione, considerato per esempio che gli studenti iscritti a programmi di dottorato in intelligenza artificiale sono gli stessi negli ultimi trent’anni.

Non c’è stata una progressione nella capacità di coltivare talenti, sufficienti un tempo quando il gap tra gli USA ed il mondo in questo campo sembrava incolmabile, ma ora scarsi.

Per rendere evidente a tutti che l’espressione Guerra Fredda di Nuovo Tipo non è una iperbole retorica, la Commissione suggerisce alla Casa Bianca la creazione di un “Consiglio di Competizione Tecnologica” (Technology Competitiveness Council) che richiama chiaramente il Nation Security Council creato dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Prendiamo in considerazione un altro settore, quello delle “Terre Rare”

Recentemente tre aziende nord-americane hanno cominciato a  configurare una catena di approvvigionamento per questi metalli vitali nella produzione di armi, veicoli elettrici e tecnologia avanzata.

La canadese Neo Performance Materials e la statunitense Energy Fuels hanno scoperto un modo efficiente per la produzione sicura dalle sabbie radioattive di monazite, un prodotto collaterale dell’estrazione mineraria di Zircone, Uranio e altri materiali, che verrà fornita dall’azienda chimica Chemours negli Stati Uniti.

La Cina controlla ben l’80% della catena di forniture di “materie rare”, e sta esplorando la possibilità di limitarne l’export.

Jet da caccia come gli F-35 dipendono pesantemente dalle “materie rare”, per intenderci. Un rapporto del Congresso riporta che una areo della Lockheed Martin contiene 417 kg di materiali prodotti con questa tipologia di minerali, mentre un sottomarino nucleare ne contiene più di 4 tonnellate.

È chiaro che un eventuale stretta dell’export cinese sarebbe un disastro per il complesso militar-industriale statunitense ed europeo, così come per gli altri settori di punta.

Questo per dare una idea di che tipo di partita si gioca nel processo di sganciamento – decoupling in inglese – e di ri-internalizzazione – reshoring – delle catene del valore.

Legato a questo sta il fatto che se l’economia USA non si riconfigura attorno ad alcuni  settori core, la finanza statunitense rischia di essere ancora maggiormente un castello di carta e di poter perdere in prospettiva l’attrattività a discapito di altre piazze borsistiche, come quelle cinesi o quelle europea post-brexit. Il dollaro potrebbe perdere la sua “rendita di posizione” egemonica.

Agganciare valuta e finanza ad una economia più solida e competitiva è un passo obbligato, quindi, senza dismettere la propria macchina bellica, e per riprodurre il potere delle oligarchie economico-finanziarie stesse che governano il mercato.

In tutto questo, lo stimolo economico dato dallo Stato assume un peso preponderante nella competizione internazionale, come dimostra il pacchetto da 1,9 mila miliardi di dollari passato alla Camera Bassa sabato scorso negli Usa e che dovrebbe essere approvato entro la metà marzo al Senato, senza che nelle misure previste sia stato incluso l’incremento del “salario minimo” a 15 dollari, dai poco più di 7 attuali.

Completa il quadro quello che saranno i futuri investimenti nelle infrastrutture, che potrebbero far impallidire l’ordine di grandezza di questa storica misura, considerato che The American Society of Civil Engineerings ha dato una valutazione piuttosto negativa del sistema infrastrutturale, quantificando a più di 2 mila miliardi di dollari il gap tra le spese preventivate e i reali bisogni che l’amministrazione dovrebbe affrontare nel prossimo decennio.

La pandemia ha reso evidente i vari punti di criticità della rete digitale nord-americana, e la recente crisi climatica in Texas ha reso evidenti le disfunzioni nell’erogazione di energia proprio in uno Stato che ne è uno dei maggiori produttori al mondo.

Come riporta il New York Times: «gruppi economici e molti Repubblicani hanno espresso il desiderio di lavorare con l’amministrazione per approvare un piano da mille miliardi o più in spese per le infrastrutture. Le aree dell’accordo con i progressisti includono le spese in autostrade, ponti, banda larga rurale, acqua e impianti fognari».

È chiaro che il compimento della transizione politica negli USA, con Trump che comunque è pronto a lanciare la sfida per le prossime elezioni presidenziali, ha significato un punto di svolta per il rilancio del proprio progetto egemonico.

Bombardare la Siria, non aumentare il “salario minimo”, e sottrare i vaccini agli altri Paesi dando priorità a sé sono tre aspetti del progetto statunitense. Alla fine è il tentativo dell’american way of life

Buona lettura.

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Joe Biden chiede una revisione delle catene di approvvigionamento estere critiche

Joe Biden richiederà una revisione delle catene di approvvigionamento che presentano delle criticità per ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dalla Cina e da altri rivali per qualunque prodotto, dalle terre rare ai principi attivi dei farmaci fino ai semiconduttori.

Il presidente degli Stati Uniti ha firmato mercoledì un ordine esecutivo che richiede alle agenzie federali tenere sotto controllo per 100 giorni le catene di approvvigionamento per i semiconduttori, i prodotti farmaceutici, batterie per veicoli elettrici e minerali critici utilizzati nella produzione di prodotti come automobili e armi.

“Usciremo dal circolo vizioso di reagire alle crisi della catena di approvvigionamento man mano che si presentano e ci impegneremo a prevenire futuri problemi” ha affermato Peter Harrell, direttore senior dell’NSC per l’economia internazionale.

Il Financial Times questo mese ha riferito che Biden si è preparato a emettere l’ordine. Durante la campagna presidenziale, si è impegnato a ridurre il tipo di shock della catena di approvvigionamento emersi all’inizio della pandemia a causa della mancanza di mascherine e dispositivi di protezione per gli operatori sanitari.

Mentre firmava l’ordine esecutivo, Biden ha affermato che la carenza di equipaggiamento protettivo per gli operatori sanitari americani “non sarebbe mai dovuta accadere”.

“Non dovremmo fare affidamento su un paese straniero, soprattutto uno che non condivide i nostri interessi o i nostri valori”, ha aggiunto Biden.

L’ordine richiederà anche controlli separati di un anno per sei settori, tra cui difesa, salute pubblica, biotecnologie, IT, trasporti, energia e produzione alimentare.

Un alto funzionario ha detto che “non stava puntando il dito contro alcun paese” ma avrebbe esaminato in che casi gli Stati Uniti sono “eccessivamente dipendenti” da un rivale, compresa la Cina.

“Stiamo esaminando i rischi posti dalla dipendenza dalle nazioni concorrenti”, ha detto il funzionario, citando per esempio il caso della Cina per le terre rare.

Nel governo degli Stati Uniti, le agenzie dovranno valutare sia gli appalti federali che le catene di approvvigionamento commerciale per prodotti e settori che rientrano nella loro giurisdizione.

Un critico dell’approccio ha affermato che la nuova amministrazione dovrebbe muoversi più rapidamente per affrontare le vulnerabilità della catena di approvvigionamento basandosi su studi condotti durante l’amministrazione Trump.

La Cina si sta muovendo velocemente e il team di Biden non può permettersi il lusso di studiare da sei mesi a un anno prima di mettersi al lavoro“.

Ashley Craig, avvocato d’affari e partner di Venable, ha detto che il team di Biden si sta impegnando in un “attento atto di bilanciamento” perché vuole affrontare le vulnerabilità della catena di approvvigionamento ma “non vuole agitare i partner commerciali che stanno lentamente scongelandosi” dopo l’approccio “America first” di Donald Trump.

La mossa arriva mentre la Casa Bianca si affretta ad affrontare una carenza di semiconduttori per l’industria automobilistica dopo che diversi stabilimenti statunitensi, compresi quelli gestiti da Ford e General Motors, sono stati costretti a interrompere temporaneamente la produzione.

Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, e Brian Deese, capo del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca, hanno lavorato con l’industria automobilistica e gli alleati degli Stati Uniti per cercare di identificare i colli di bottiglia nella catena di approvvigionamento.

Ci stiamo impegnando attivamente con i produttori per assicurarci che l’industria automobilistica abbia tutti i chip di cui ha bisogno“, ha detto il funzionario. “Ci siamo anche impegnati con paesi stranieri e società straniere al fine di incoraggiare una maggiore produzione in tutto il mondo“.

Ma il funzionario ha aggiunto che non esiste una “bacchetta magica per risolvere i problemi a breve termine“, il che ha sottolineato la necessità di rivedere le catene di approvvigionamento.

L’industria dei semiconduttori statunitense ha utilizzato la carenza di chip per fare pressioni per ottenere finanziamenti governativi per la produzione interna di essi, che a suo avviso è fondamentale per garantire le catene di approvvigionamento e mantenere un vantaggio sulla Cina.

traduzione a cura di C.D.

https://contropiano.org/news/internazionale-news/2021/03/03/la-sfida-economica-degli-usa-nel-mondo-multipolare-0136847

Il copione è quello già sperimentato un anno e mezzo fa in Bolivia, l’oligarchia possidente dell’Ecuador trova sponda nell’Osa per innescare un colpo di stato. È così che si svolge la campagna per la prima magistratura della nazione andina. L’atmosfera rarefatta che ha avvolto il primo turno sta ora peggiorando, in vista del ballottaggio previsto per il prossimo 11 aprile.
Nella prima votazione, 16 candidati erano in lizza per la Presidenza, di cui 15 apertamente contro uno. Quello è l’economista Andrés Arauz, che in corsa per la vicepresidenza con il giornalista Carlos Rabascall, è stato il più votato, come avvertivano tutti i sondaggi elettorali.

Perché Arauz? Semplice. Il giovane politico rappresenta la rivoluzione dei cittadini, che sotto Rafael Correa ha governato il paese per dieci anni con un’ideologia politica progressista, anti-neoliberista e integrazionista. In quel decennio, 2007-2017, l’allora presidente Correa ha avanzato un ambizioso piano di ripresa sociale ed economica attraverso il cosiddetto piano “Buen Vivir”, che con l’arrivo dell’attuale presidente, Lenin Moreno, è stato smantellato, sebbene nella campagna elettorale avesse promesso la continuità.

I potenti nemici di quel cambio di governo nazionale, chiamato anche socialismo del XXI secolo, sono i principali avversari di Arauz, alcuni con la stessa faccia e altri con maschere che li nascondono. E in un fatto più che paradossale, due di loro si incontrano quando dovrebbero affrontarsi per puro buon senso, tenendo conto che si battono per il passaggio al secondo turno presidenziale.

È quello che succede con il banchiere Guillermo Lasso (Creo) e il leader indigeno Yaku Pérez (Pachakutik). Mentre Andrés Arauz è molto più avanti di loro, Lasso e Pérez si distanziano per una manciata di voti in quello che gli esperti chiamano un pareggio tecnico.
Ecco perché l’incertezza è protagonista. È passata più di una settimana dalle elezioni – 7 febbraio – e il Consiglio nazionale elettorale continua ancora a contare i minuti con “notizie”, cioè con incongruenze, per arrivare al 100% dei voti.

Questo scenario sinuoso è stato sfruttato sin dalla campagna di Pérez per cercare di installare la narrativa della frode nel voto, davanti ai media e tra i vari movimenti che compongono l’organizzazione indigena che rappresenta (Pachakutik).

Dopo aver denunciato la frode, Pérez ha chiesto al CNE di ricontare i voti totali della provincia di Guayas e del 50% delle altre 16 province. Sebbene manchi di legalità, l’autorità elettorale ha accolto la richiesta, così come il suo diretto contendente, Guillermo Lasso, che 24 ore dopo ha fatto un passo indietro.

Su Twiter, Lasso ha detto questa domenica, 14 febbraio: “Oggi ho presentato una lettera a @DianaAtamaint, presidente del CNE sul processo di riconteggio dei voti concordato venerdì 12″ e ha allegato un documento in cui riconosce che la trattativa non ha base giuridica e che per andare avanti ci deve essere il consenso di tutti i candidati del primo turno.

Alcune ore dopo Pérez ha risposto anche tramite Twitter, dove ha scritto “Signor Lasso, lei non è lo stesso del 2017, perché negli ultimi 4 anni ha co-governato con il peggior governo, quello di Moreno. Ecco perché non ha possibilità di successo se arriva al secondo turno”. E in una parte del testo scritto ha aggiunto: “Perché fai marcia indietro nel conteggio dei voti? Cosa avete fatto tu e il CNE che non vuoi che l’Ecuador sappia?”

Così, l’accordo che ha avuto l’approvazione della screditata Organizzazione degli Stati americani e che indubbiamente escogita un piano per “sconfiggere” il Correísmo, subisce una battuta d’arresto prima di essere messo in pratica.
Ma mentre gli occhi sono puntati su questa complessa rete di verbali, percentuali e dichiarazioni contraddittorie, si sta imponendo un’altra pericolosa strategia per bandire la candidatura di Andrés Arauz e ha il sostegno del governo della vicina Colombia.

Nel migliore stile di Lawfare o guerra legale già nota in America Latina contro governi e leader progressisti, la campagna della rivoluzione dei cittadini è accusata di aver ricevuto finanziamenti dal gruppo ribelle colombiano ELN.

La prova è un video, evidentemente contraffatto, e una presunta informazione estratta dal computer di un leader di un blocco di questa guerriglia che opera nel dipartimento di Chocó e che è stato assassinato dall’esercito.
Era prima un titolo in una rivista colombiana di estrema destra, e poi una visita a sorpresa del procuratore generale colombiano alla sua controparte ecuadoriana a Quito, la capitale del paese, per rendere l’informazione legale. Questa visita di Francisco Barbosa ha scatenato gli allarmi di leader e organizzazioni della regione. E non solo per la storia della Colombia in termini di assemblaggi con computer sequestrati, ma anche per il suo chiaro intervento negli affari interni di un altro paese.

In una dichiarazione pubblicata su Twitter, l’ex presidente della Colombia Ernesto Samper ha descritto i presunti legami di Arauz con l’ELN come infamia e ha aggiunto: “Fanno parte di un gioco sporco che viene orchestrato dalla Colombia dai settori radicali della destra in entrambi i paesi. interferire nel secondo turno delle elezioni presidenziali ecuadoriane ”.
Nel frattempo, il gruppo di Puebla, che comprende presidenti, ex presidenti, membri del Congresso e leader progressisti della regione, ha rilasciato una dichiarazione in cui condanna l’evento. In una parte del documento si afferma: “Di fronte a questo tentato colpo di stato contro la democrazia in Ecuador, rifiutiamo l’uso dei media e dell’apparato giudiziario per piegare la volontà popolare del popolo ecuadoriano e chiediamo a tutte le forze impegnate per la pace , alla democrazia e all’autodeterminazione dei popoli, per garantire un processo pulito, libero dalla violenza ”.

In mezzo a questo scenario avverso, la candidatura Arauz-Rabascall si prepara per iniziare la nuova campagna elettorale, questa volta per la vittoria definitiva. L’11 aprile nelle mani del popolo ecuadoriano è il futuro di una nazione martoriata.

 

Trump assolto nel processo político.

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha riconosciuto che l’assoluzione di Donald Trump nel processo politico contro l’ex presidente, mostra che la democrazia del suo paese è fragile.

Joe Biden, in un comunicato, poche ore dopo che il voto dei 43 senatori repubblicani ha assolto Donald Trump, ha detto: «È un triste capitolo nella nostra storia e ci ha ricordato che la democrazia è fragile.

«Questa violenza e l’estremismo non hanno spazio negli USA e ognuno di noi ha il dovere e la responsabilità, come statunitense, e specialmente come leader, di difendere la verità ed eliminare le menzogne», ha sostenuto Biden, facendo allusione ai fatti violenti avvenuti nel Capitolio di Washington, provocati dai seguaci di Trump, lo scorso 6 gennaio.

La votazione, al finale, ha rivelato a favore della condanna i voti di 57 senatori e contrari 43, cifra insufficiente per dare luce verde al impeachment, per i quale si necessitava una maggioranza di 67 voti, cosa che sembrava poco probabile sin dal principio.

Sette senatori repubblicani hanno votato a favore della condanna per Trump «per aver incitato un’insurrezione»: Susan Collins, Lisa Murkowski, Mitt Romney, Ben Sasse, Bill Cassidy, Pat Toomey y Richard Burr.

Il processo politico è durato cinque giorni e passerà alla storia per aver trasformato Trump nel primo presidente statunitense che ha affrontato, ed è stato assolto, due processi politici dopo quello realizzato un anno fa per le sue pressioni all’Ucraina e perchè mai prima d’ora un mandatario era stato sottoposto a un impeachment dopo aver lasciato l’incarico. ( GM- Granma Int.)

http://it.granma.cu/mundo/2021-02-16/joe-biden-la-democrazia-negli-stati-uniti-e-fragile

Draghi ha finalmente parlato, in Senato, per chiedere la fiducia al nuovo governo. E tutti attendevano naturalmente il suo discorso.

Dopo aver sfrondato la retorica catto-democristiana – si sente a grande distanza il peso ideologico di Comunione e Liberazione, influente anche come numero di ministri “formati” nelle sue fila – alcune cose emergono con chiarezza, mentre molte restano nascoste sotto un velo di genericità che non dipende solo dall’occasione (i programmi concreti si discutono quando vengono presentate leggi o decreti).

Rientra in questo ambito tutta la parte iniziale, dedicata all’”unità”, alla “responsabilità nazionale”, alla “politica che non ha fallito”, ecc.

Partiamo dalle certezze. Questo è un governo che “nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori. Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione Europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione. Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa. Anzi, nell’appartenenza convinta al destino dell’Europa siamo ancora più italiani, ancora più vicini ai nostri territori di origine o residenza”.

Una scelta di campo piena e integrale, insomma, che non ammette “distonie” sui fondamenti di questa appartenenza. Ossia a tutti i trattati che legano (e subordinano) l’Italia alla Nato e all’Unione Europea. Una “cessione di sovranità” ammessa esplicitamente alla faccia di quanti – dentro e fuori il Parlamento – ancora esitano a riconoscerla come tale.

I media mainstream sottolineeranno naturalmente come questo passaggio – e soprattutto “l’irreversibilità dell’euro” – sia una stoccata a Salvini e alla Lega. Ma, anche in questo caso, può essere sorpreso solo chi non ha ancora capito quanto l’”euroscetticismo” fascioleghista fosse soltanto un atteggiamento elettoralistico, per captare il malcontento popolare verso quell’”Europa” che “ci chiede sacrifici e riforme”. Il vero “blocco sociale” leghista, infatti, ovvero le piccole e medie imprese del Nord, di tutto ha bisogno tranne che di allontanarsi dalle filiere produttivi di cui è sub-committente (Germania e Francia, nell’ordine).

Una seconda certezza è che molte delle “riforme” che verranno messe in cantiere saranno giocate sulla narrazione tossica della “guerra generazionale”, opponendo futuro dei giovani e diritti/redditi degli anziani. L’accenno fatto, subito dopo aver ricordato che le “risorse sono sempre scarse”, non lascia molti dubbi: “Nella speranza che i giovani italiani che prenderanno il nostro posto, anche qui in questa aula, ci ringrazino per il nostro lavoro e non abbiano di che rimproverarci per il nostro egoismo.”

Su pandemia e vaccinazioni, dobbiamo dire, non si sono sentite idee particolarmente brillanti. Ci si muove a tentoni, sapendo che le dosi di vaccino dipendono dalle concessioni delle multinazionali con cui la UE ha firmato contratti secretati. E che ogni nuovo lockdown sarà un colpo per l’economia.

Certo c’è l’assicurazione verbale a voler “accelerare”, facendo di qualsiasi luogo adatto un possibile centro di vaccinazione. Ma nulla di più.

Il discorso sulla sanità, del resto, è stato altamente contraddittorio. Da un lato la dichiarata volontà di potenziare la medicina territoriale (massacrata dai tagli di spesa e dalle privatizzazioni/convenzioni), dall’altra lo sviluppo della telemedicina (quella con cui il leghista Giorgetti proponeva di sostituire i medici di base, che costituiscono poi la rete della “medicina territoriale”).

Sui temi economici, e sulle “riforme”, solo pochi accenni, ma tutti dentro il quadro di un “neoliberismo compassionevole”.

Per esempio: si riconosce che le disuguaglianze sono aumentate a dismisura, e che bisognerà aiutare chi ha perso il lavoro o lo perderà nei prossimi mesi (le “imprese zombie”, che andavano male già prima della pandemia, non verranno salvate e dovranno licenziare o chiudere). Ma la chiave di volta proposta è una “riforma degli ammortizzatori sociali” nel solco delle indicazioni europee e delle richieste di Confindustria.

Ossia: non sussidi tipo la cassa integrazione o la Naspi, ma “politiche attive”, fatte di formazione e obbligo ad accettare qualsiasi lavoro con qualsiasi salario, nello stile delle leggi Hartz IV in Germania.

Particolarmente indicativo l’accenno fatto allo “squilibrio” esistente oggi nelle “reti di protezione sociale”, che “non proteggono a sufficienza i cittadini con impieghi a tempo determinato e i lavoratori autonomi. SI avverte il ronzio in sottofondo di un altro luogo comune inventato per incentivare la guerra tra poveri, con l’immagine dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato “protetti” dagli ammortizzatori e gli altri senza rete. Una condizione in parte vera, ma anche voluta scientificamente da tutti i governi neoliberisti degli ultimi 30 anni, e a cui in genere si propone di rimediare togliendo protezioni a chi oggi le ha senza peraltro darne alcuna a chi ne è privo. Lo abbiamo visto già con le leggi sul mercato del lavoro, dove è stato cancellato di fatto lo Statuto dei lavoratori senza che i precari abbiano ricevuto la benché minima attenuazione della loro condizione schiavistica.

Anche il grande spazio dato ai temi ambientali, e al cambiamento del modello produttivo, all’innovazione tecnologica, non esce dalla solita divisione del lavoro: allo Stato il compito di fare investimenti mirati in “digitalizzazione, agricoltura, salute, energia, aerospazio, cloud computing, scuole ed educazione, protezione dei territori, biodiversità, riscaldamento globale ed effetto serra”, mentre le imprese private devono essere invitate “a partecipare alla realizzazione degli investimenti pubblici apportando più che finanza, competenza, efficienza e innovazione per accelerare la realizzazione dei progetti nel rispetto dei costi previsti.

Tradotto: il vituperato “pubblico” mette i soldi, le imprese li usano; magari in modo meno arbitrario che in passato. Ma lo schema non cambia.

Tra le “riforme” molti avranno tirato un sospiro di sollievo non sentendo nominare le pensioni. Ma è stata la pandemia a distruggere l’argomento principale in mano a tutte le Fornero di questo paese, e Draghi si è limitato a riconoscerlo: “L’aspettativa di vita, a causa della pandemia, è diminuita: fino a 4 – 5 anni nelle zone di maggior contagio; un anno e mezzo – due in meno per tutta la popolazione italiana. Un calo simile non si registrava in Italia dai tempi delle due guerre mondiali”.

E se si vive di meno, è difficile pretendere che si debba lavorare più a lungo…

Tra quelle nominate, invece, ci sono due “riforme” che “vuole l’Europa”, arrivando a dettare finanche le linee guida che dovranno essere seguite.

Nel campo della giustizia le azioni da svolgere sono principalmente quelle che si collocano all’interno del contesto e delle aspettative dell’Unione europea. Nelle Country Specific Recommendations indirizzate al nostro Paese negli anni 2019 e 2020, la Commissione, pur dando atto dei progressi compiuti negli ultimi anni, ci esorta: ad aumentare l’efficienza del sistema giudiziario civile, attuando e favorendo l’applicazione dei decreti di riforma in materia di insolvenza, garantendo un funzionamento più efficiente dei tribunali, favorendo lo smaltimento dell’arretrato e una migliore gestione dei carichi di lavoro, adottando norme procedurali più semplici, coprendo i posti vacanti del personale amministrativo, riducendo le differenze che sussistono nella gestione dei casi da tribunale a tribunale e infine favorendo la repressione della corruzione.”

La seconda, certamente più problematica e foriera di grandi tagli occupazionali, riguarda la pubblica amministrazione. “La riforma dovrà muoversi su due direttive: investimenti in connettività con anche la realizzazione di piattaforme efficienti e di facile utilizzo da parte dei cittadini; aggiornamento continuo delle competenze dei dipendenti pubblici, anche selezionando nelle assunzioni le migliori competenze e attitudini in modo rapido, efficiente e sicuro, senza costringere a lunghissime attese decine di migliaia di candidati.

La digitalizzazione, così come è avvenuto in buona parte del settore privato, comporterà un’”asciugatura” drastica nelle dimensioni del personale. Tranne che, ovviamente, per quanto riguarda il lato militar-poliziesco (considerevole il fatto che le parole spese per il Sud riguardino quasi soltanto il “contrasto della criminalità organizzata”, che è certamente un enorme problema, ma non proprio l’unico del Mezzogiorno).

Infine il tema bollente della riforma fiscale, su cui è stato particolarmente abile nello sfuggire a qualsiasi indicazione esplicita.

Viene invocata la necessità di un intervento complessivo [che] rende anche più difficile che specifici gruppi di pressione riescano a spingere il governo ad adottare misure scritte per avvantaggiarli. Un compito da cui “i politici” (è sottinteso) farebbero bene a star lontani, perché “le esperienze di altri paesi insegnano che le riforme della tassazione dovrebbero essere affidate a esperti, che conoscono bene cosa può accadere se si cambia un’imposta”.

Discorso criptico, che si chiarisce però con l’esempio della Danimarca, che ha varato di recente una sorta di “flat tax ammorbidita”, che mette insieme tagli delle tasse per i redditi alti e aumento della detrazioni per quelli da lavoro. Rispettando insomma – ma solo nella forma – la “progressività” dell’imposizione tributaria, senza però alcun effetto redistributivo verso il basso. Anzi, fortemente a favore dei più ricchi.

Del resto è Draghi stesso ad ammette che “Una riforma fiscale segna in ogni Paese un passaggio decisivo. Indica priorità, dà certezze, offre opportunità, è l’architrave della politica di bilancio”. Nel nostro linguaggio diremmo che ogni riforma fiscale ha un “segno di classe” e quella indicata dalla Danimarca è un segno semplicemente odioso…

Non a caso, è anche lui obbligato a chiudere l’argomento, come tutti i pinocchio che l’hanno preceduto a Palazzo Chigi, promettendo un più fortecontrasto all’evasione fiscale. Un campo dove, con le sue competenze, potrebbe effettivamente fare sfracelli, se solo volesse…

In definitiva, un discorso da cui non esce la sostanza del disegno di ristrutturazione del Paese. Ne viene evocata la necessità e l’urgenza, ma non i passaggi concreti.

Per quelli, senza dubbio, dovremo attendere quel che matura nei ministeri-chiave – quelli economici – affidati ai “tecnici” di sua stretta fiducia.

Se in una situazione di “normalità” liberaldemocratica le elezioni rappresentano spesso il feticcio al quale si riduce la partecipazione politica, in Catalunya sono un momento rilevante nello scontro che oppone il movimento per i’indipendenza e la repubblica al cosiddetto regime del ’78 (le cui radici affondano nel franchismo) ed è in questa cornice che conviene situarle.

Le elezioni del 14 febbraio si sono svolte infatti in un contesto eccezionale, segnato dalla repressione e dall’intervento tutt’altro che neutrale dello stato: sono stati i tribunali spagnoli, incuranti del consenso raggiunto tra tutti i partiti sull’opportunità del rinvio della consulta al maggio, ad assecondare il PSC, unica formazione ansiosa di votare prima che si consumasse l’effetto Illa, ossia la popolarità dell’ex-ministro della sanità spagnolo Salvador Illa (candidato alla Generalitat) che avrebbe dovuto assicurare il trionfo del socialisti.

Il Tribunale Superiore di Giustizia di Catalunya ha così imposto il 14 febbraio come il terreno di gioco più favorevole all’unionismo, senza tenere in considerazione la situazione di alto rischio sanitario.

L’intervento degli apparati dello stato si è palesato anche nella tv pubblica catalana, ai cui giornalisti è stato vietato di usare le espressioni “prigionieri politici” e “esiliati” durante la campagna elettorale. Contemporaneamente la giunta elettorale ha vietato anche qualsiasi manifestazione di solidarietà con i detenuti politici indipendentisti.

Queste accortezze però non sono state sufficienti ad ottenere i risultati sperati: il PSC è il partito più votato con il 23,04% dei voti, ma Esquerra Republicana de Catalunya e Junts per Catalunya seguono a una distanza minima, portando a casa rispettivamente il 21,3% e il 20,04%. Non solo, socialisti e repubblicani raggiungono entrambi la quota di 33 seggi, mentre Junts gli segue a quota 32.

La riproposizione del centrosinistra statale è del tutto esclusa dai numeri: PSC e Catalunya en Comú (8 seggi) arrivano appena a quota 41, lontani dai 68 seggi che marcano la maggioranza. Una soglia ampiamente superata dallo schieramento indipendentista grazie anche ai 9 seggi della CUP e che assicura ai sostenitori della repubblica una maggioranza di 74 seggi, ancora più ampia di quella che portò al referendum del primo ottobre 2017.

Per la prima volta i partiti indipendentisti superano il 50% dei voti, attestandosi al 51,14%. Un dato assai significativo ma non sorprendente: ci sono ben 800 comuni (su un totale di 933) nei quali gli indipendentisti superano il 50% ormai da tre elezioni consecutive (come nel caso di Girona, Olot, Banyoles e in numerosi centri minori).

Il voto indipendentista continua a crescere anche fuori dai propri feudi situati soprattutto nell’interno: la geografia del voto ci consegna la suggestiva immagine delle campagne che accerchiano la metropoli e il litorale. Il voto unionista si concentra infatti a Barcellona e nella cintura metropolitana, nel 2017 egemonizzato da Ciutadans, oggi rappresentato dal PSC, anche se ERC si affaccia anche qui a contendere con sempre maggior efficacia il primato ai fautori dell’unità dello stato.

Lo straordinario risultato del composito schieramento indipendentista rende impossibile qualsiasi ipotesi di governo unionista e complica molto l’ipotesi di tripartito delle sinistre (PSC, Catalunya en Comú e ERC) auspicata dal partito di Ada Colau. L’accento da tempo posto dai repubblicani sulla tavola delle trattative, e sulla necessità del dialogo con lo stato, avevano fatto presagire il via libera di ERC al governo delle sinistre statali (magari in cambio di un indulto per i responsabili del primo ottobre), ma la schiacciante vittoria elettorale rende assai difficile questo scenario.

La giornata elettorale si è svolta di fatto anche fuori dai seggi: nella notte precedente al voto sono stati incendiati due ripetitori della televisione spagnola, uno a Rocacorba (Girona) e uno a Cubells (Lleida), un sabotaggio finora non rivendicato che ha oscurato durante le operazioni di voto la tv dello stato per gran parte della giornata e che ha ricordato a tutti la presenza di un settore sociale disposto al conflitto, al di la delle scadenze elettorali.

L’episodio ricorda le decine di sabotaggi portati a termine nel corso degli anni ’80 dal movimento dell’epoca (minoritario ma egemonizzato da un’esquerra independentista assai radicale) e diretti soprattutto contro le strutture del monopolio statale dell’energia, le caserme della Guardia Civil e altre amministrazioni dello stato.

D’altro canto le piazze sono state animate durante tutta la campagna elettorale da numerose contestazioni, organizzate dai Comitati di Difesa della Repubblica e dalle piattaforme antifasciste cittadine, contro i comizi di Vox (come a Vic, a Girona, a Tarragona…) che hanno reso difficile il lavoro dei candidati della pretesa nuova destra radicale. Fino all’ultima contestazione subita davanti al seggio dal candidato di Vox alla presidenza della Generalitat, quando un gruppo di femministe di Femen l’ha accolto a seno nudo mostrando cartelli sui quali si leggeva “non è patriottismo, è fascismo” e gridando slogans contro il gruppo della destra nostalgica e xenofoba.

Nonostante il fermo rifiuto espresso da larghi strati della popolazione, Vox entra nella camera catalana con forza, ottenendo un risultato che non sorprende (11 deputati). Dopo una lunga stagione nel corso della quale i tradizionali partiti unionisti (comprese le sinistre dello stato) hanno alimentato l’anticatalanismo e soffiato sul fuoco del nazionalismo spagnolo, una parte dell’elettorato ha preferito l’originale alle copie e ha premiato Vox, soprattutto a scapito di Ciutadans (passato dai 36 seggi che gli avevano conferito la palma del primo partito nel 2017 ai soli 6 attuali) e del PP (sceso da 4 a 3 seggi).

Così il partito che sembra in grado di formare il nuovo governo è ERC. I repubblicani vogliono seguire la proposta che definiscono via ampia, sommando ai partiti indipendentisti anche Catalunya en Comú e arrivando in questo modo a una maggioranza di 82 deputati. Un obbiettivo difficile che vorrebbe coniugare il dialogo con lo stato da un lato con la radicalità della CUP dall’altro.

Dal canto loro, gli indipendentisti e anticapitalisti hanno già chiarito le condizioni minime per passare dall’opposizione al sostegno al nuovo governo: un referendum d’autodeterminazione vincolante, la fine della repressione (compresa quella derivata dalle denuncie della Generalitat), un piano di riscatto sociale per far fronte alle conseguenze della pandemia e un programma di transizione ecologica.

https://contropiano.org/news/internazionale-news/2021/02/18/verso-la-repubblica-catalana-0136466

Cinquantacinque feriti e diciannove fermi a Madrid durante la manifestazione, contro l’arresto del rapper Pablo Hasel. Centinaia di persone si sono radunate a Puerta del Sol in una piazza blindata dalle forze dell’ordine. Manifestazioni di protesta sono state segnalate anche in Catalogna

La polizia ha caricato ieri pomeriggio le persone concentrate a Puerta del Sol per la libertà di Pablo Hasél. Il rapper arrestato martedì a Lleida per scontare la pena di 9 mesi inflitta dall’Alta Corte Nazionale per il “crimine” di insulti e calunnie contro la Corona spagnola.

La protesta, convocata sui social e senza l’autorizzazione delle autorità, è iniziata intorno alle 19:00 in modo pacifico e con un clima di festa. Erano circa le 20:00 quando gli agenti di polizia hanno caricato più volte i gruppi di manifestanti che avevano tentato di percorrere via Carretas in direzione del Congresso dei Deputati. Alcuni manifestanti hanno cercato di avanzare con le mani alzate per non subire le cariche, mentre il fumo dei lacrimogeni si diffondeva per tutta la piazza. Nel frattempo, in Calle del Correo, si sono uditi altri spari della Polizia, che ha continuato a caricare i manifestanti che avevano incendiato alcuni cassonetti nella zona. In Calle Mayor è iniziata una vera e propria resistenza dei manifestanti che hanno formato barricate con i cassonetti in fiamme per impedire l’avanzata degli agenti e si sono spostati in strade limitrofe come Calle Mayor o Preciados.

Si registra un totale di 19 persone arrestate e almeno 55 sono rimaste ferite, tra cui 35 agenti della polizia nazionale e 20 manifestanti o passanti che sono stati implicati negli incidenti. Dei 19 detenuti, sei sono minorenni (tra i 16 e i 17 anni) e quattro sono donne. Alla manifestazione si sono sentiti slogan come “Anche io sono Pablo Hasél!”, “Il re deve morire affinché la gente viva!” o “Pablo Hasél Libertad! Fuori con la polizia franchista!” Sono stati anche esposti striscioni che chiedevano il rilascio del rapper. La manifestazione si è conclusa intorno alle 22:00.

Altre manifestazioni si sono svolte a partire da martedì in diverse città della Catalogna. I Mossos d’Esquadra, la polizia autonomica catalana, hanno ferito alcuni manifestanti con proiettili di plastica e una giovane donna ha perso un occhio dopo essere stata colpita.

Al momento non si registrano comunicati di condanna dell’Unione Europea o dei vari governi verso le violenze contro i manifestanti e per la libertà d’espressione in Spagna. Pare che questa sensibilità democratica sia concentrata solo contro Russia, Bielorussia, Venezuela, Cina. 

https://contropiano.org/news/internazionale-news/2021/02/18/spagna-represse-le-manifestazioni-per-la-liberta-di-pablo-hasel-0136476

“Il proposito annunciato di una campagna di ‘massima pressione’ per rimuovere il governo del Venezuela viola il principio di uguaglianza sovrana degli Stati e costituisce un intervento negli affari interni del Venezuela che influenza anche le relazioni regionali del paese”, mentre “le sanzioni all’importazione di cibo, che costituisce più del 50% del consumo alimentare interno, ha causato una crescita costante della malnutrizione negli ultimi 6 anni”, così come in campo sanitario il blocco ha causato “una grave carenza di farmaci e vaccini contro morbillo, febbre gialla e malaria” e “la mancanza di cure per l’HIV, nel 2017-2018, ha comportato un grave aumento del tasso di mortalità”. Lo denuncia la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, la signora Alena Douhan, che ha diffuso un rapporto preliminare sulla sua visita nella Repubblica Bolivariana del Venezuela compiutaa dal primo al 12 febbraio 2021. Tali osservazioni, precisa il documento, “sono il risultato delle consultazioni con un’ampia gamma di interlocutori.

Il rapporto completo sarà presentato al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite nel settembre 2021.

Nella sua missione, la signora Douhan ha incontrato il Presidente e il Vice Presidente della Repubblica; i Vicepresidenti incaricati dei poteri esecutivo, legislativo, giudiziario, cittadino ed elettorale; i Ministri degli Affari Esteri, della Salute, dell’Istruzione, della Pianificazione, dell’Economia, delle Finanze, del Petrolio, delle Miniere, del Cibo, delle Donne e dell’Uguaglianza di Genere, del Blocco, dell’Edilizia Popolare, del Lavoro sociale, della Scienza, Tecnologia, Trasporti, Cultura e dei Popoli Indigeni; il Coordinatore dei Comitati Locali di Produzione e Fornitura (CLAP); il Segretario generale del Comitato per i diritti umani; il Presidente della PDVSA; il Presidente della Banca Centrale, il Direttore delle Telecomunicazioni, il Presidente della Corte Suprema, l’Ispettore Fiscale, il Procuratore Generale; il Presidente e i membri dell’Assemblea Nazionale; il difensore del Popolo; il
Segretario Esecutivo dell’ALBA; rappresentanti di tutto lo spettro di partiti politici, opposizione e sindacati; organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali; del settore privato; della Chiesa cattolica; come degli attori nel governo venezuelano che lavorano nei settori della salute, dei diritti umani, della protezione dell’infanzia, delle donne e dei bambini; medici familiari; docenti universitari; docenti scolastici; ricercatori indipendenti e, cosa più importante, vittime di violazioni dei diritti umani. Ed ha inoltre incontrato i rappresentanti del gruppo delle Nazioni Unite nel paese e i membri della comunità diplomatica. Ha visitato l’ospedale pediatrico di Corazón; lo stabilimento farmaceutico di Quimbotiec; il complesso cananeo; la scuola elementare Hugo Chávez e la scuola materna Ciudad Mariche, nella periferia di Caracas.

Nello Stato di Carabobo, il Governatore ha facilitato un incontro con i direttori delle aziende pubbliche (acqua, luce, gas e telecomunicazioni), il dipartimento di maternità che ha sede nell’ospedale statale, uno dei centri di salute primaria provinciali ispirati al modello cubano e diverse organizzazioni nel governo.
La Relatrice Speciale esprime la sua gratitudine a tutti questi interlocutori, che hanno generosamente offerto tempo, informazioni, analisi, esperienze e pensieri per aiutarla a capire cosa ha portato a una situazione molto complessa e allarmante. La Relatrice Speciale apprezza la calorosa accoglienza e la forma costruttiva e collaborativa con cui il Governo ha facilitato la sua visita, che ha consentito un dialogo franco e aperto esprimendo uno speciale ringraziamento al Ministero degli Affari Esteri per l’efficace collaborazione con il suo staff. Ringrazio anche l’Ufficio del Coordinatore Residente delle Nazioni Unite per il suo supporto e assistenza durante la visita.

Il contesto della visita al paese

Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni contro il Venezuela dal 2005, quando hanno introdotto sanzioni selettive contro persone ed entità presumibilmente coinvolte nel traffico di droga. Nel 2006 ha sollecitato un embargo sulle armi, poiché riteneva che il Governo non stesse cooperando a  sufficienza negli sforzi antiterrorismo.
Successivamente, una legge statunitense del 2014 ha dato luogo a sanzioni contro alcuni funzionari venezuelani che, tra le altre cose, sono accusati di repressione violenta delle proteste, persecuzione degli oppositori politici, lacerazione della libertà di stampa e corruzione. Nel 2015, gli Stati Uniti hanno dichiarato la situazione in Venezuela come un’emergenza nazionale che mina la sicurezza e la politica estera del paese.
Nel 2017, gli Stati Uniti hanno qualificato come illegittime le elezioni legislative venezuelane e hanno imposto sanzioni contro il governo e altre entità, tra cui PDVSA, bloccando le loro transazioni e l’accesso ai mercati finanziari americani.

Nel 2018, dopo le elezioni presidenziali venezuelane, gli Stati Uniti hanno irrigidito le sanzioni contro il governo, indicando come causa la gestione economica, la corruzione, la rappresentanza degli oppositori politici e gli sforzi per minare la democrazia.
Nel gennaio del 2019, gli USA hanno riconosciuto il leader dell’Assemblea Nazionale Juan Guaidó come presidente ad interim del Venezuela, e sollecitato ulteriori sanzioni contro PDVSA, la Banca Centrale del Venezuela e funzionari governativi, imponendo un embargo economico totale nell’agosto 2019. Ed hanno concesso a Guaidó anche il controllo dei beni e delle proprietà del governo venezuelano nelle banche americane, compreso il denaro che arriva a PDVSA dalla sua filiale americana, Citgo.
Altre sanzioni degli Stati Uniti nel 2018 e 2019 sono state rivolte ai settori dell’oro e delle miniere, degli alimenti, delle cripto valute e delle banche.
Nel settembre 2020 sono state imposte sanzioni americane a cinque deputati che dirigevano i partiti che collaboravano con il Governo.

Dal 2020, gli Stati Uniti hanno cercato di bloccare il Venezuela in modo che non ottenesse carburante dall’Iran includendolo nell’elenco dei pirati del petrolio, vietando l’uso dei porti aerei e marittimi venezuelani e il blocco dei beni della compagnia Rosneft.
Sembrerebbe, inoltre, che alcuni funzionari statunitensi abbiano lanciato minacce non ufficiali per impedire le transazioni di stati terzi con il Venezuela.
La Relatrice Speciale ONU prende atto della decisione del governo degli Stati Uniti del 21 aprile 2020 di rivedere le sanzioni USA, in modo da ridurre al minimo l’impatto umanitario della pandemia, della decisione del governo degli Stati Uniti del 2 febbraio 2021 di ammorbidire le sanzioni che influenzano il funzionamento delle operazioni ordinarie nei porti e negli aeroporti venezuelani.

L’Unione Europea ha imposto sanzioni contro il Venezuela nel 2017, tra cui un embargo sulle armi, il divieto di esportare altre merci che potrebbero essere utilizzate per la rappresentanza interna, il divieto di esportare tecnologia e il materiale per la sorveglianza delle intercettazioni delle telecomunicazioni, il divieto di viaggiare in Venezuela e il congelamento dei beni di persone le cui azioni sono state considerate dall’UE come un tentativo contro la democrazia, lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani, contestati dal Venezuela dinanzi alla Corte di giustizia dell’Unione Europea.
È stato riferito che 1 miliardo e 200 milioni di dollari di fondi del governo del Venezuela sono stati congelati da una banca portoghese nel 2019.

Circa 2 miliardi di dollari della Banca centrale del Venezuela sono stati congelati e depositati presso la Banca d’Inghilterra e il caso è stato inviato presso i tribunali britannici.
Nel 2017 e nel 2018, il Canada ha congelato i beni e vietato le transazioni per le proprietà dei funzionari venezuelani accusati di rappresaglie, gravi violazioni dei diritti umani, corruzione, censura, esecuzioni extragiudiziali e altri atti.
Nel 2018, il Messico ha congelato i beni e imposto restrizioni di viaggio a 13 alti funzionari
venezuelani.
Nel 2018 e nel 2019, la Svizzera ha imposto un embargo sulle armi al Venezuela, ha congelato i beni e imposto restrizioni di viaggio ai funzionari venezuelani.
Nel 2019 la Colombia ha vietato l’ingresso di 200 venezuelani legati al governo.
Panama nel 2018 ha imposto sanzioni selettive contro persone ed entità venezuelane considerate altamente rischiose, per partecipare al blocco dei capitali, al finanziamento del terrorismo e alla proliferazione di armi di distruzione di massa.

Nel 2019, 13 dei 14 paesi del gruppo di Lima hanno deciso di vietare l’ingresso di funzionari
venezuelani e hanno negato l’accesso ai loro sistemi finanziari.
Sempre nel 2019, la maggior parte dei membri del Trattato di Rio ha approvato una Risoluzione che consente l’imposizione di sanzioni selettive, compreso il congelamento dei beni, ai funzionari venezuelani presumibilmente coinvolti in traffico di droga, attività terroristiche, criminalità organizzata e/o violazioni dei diritti umani.
Il 13 febbraio 2020, il Venezuela ha presentato una denuncia alla Corte Penale Internazionale ai sensi dell’articolo 14 dello Statuto di Roma rispetto alle misure coercitive unilaterali.

Situazione economica e umanitaria in Venezuela

Il Venezuela possiede una delle più grandi riserve di petrolio del pianeta. Il petrolio è stato il principale prodotto di esportazione del paese e la principale fonte di reddito e valute.
Dal 2000, il Governo ha annunciato il lancio di una vasta gamma di progetti sociali nei settori dell’edilizia popolare, istruzione, alfabetizzazione, nutrizione, approvvigionamento idrico, assistenza sanitaria, pianificazione familiare, alfabetizzazione informatica e sviluppo della comunità: gran parte di quello che è stato realizzato, a costo zero per i privati, è stato sostanzialmente sovvenzionato dallo Stato.
L’economia mono-orientata è dipesa in gran parte dalla vendita di petrolio; la maggior parte dei prodotti, dai macchinari e ai pezzi di ricambio, dagli alimenti ai medicinali, sono stati importati principalmente dagli Stati Uniti e dall’Europa.
La produzione interna si è mantenuta ad un livello abbastanza contenuto e non è stata in grado di soddisfare le esigenze di consumo interno.
Le difficoltà dell’economia sono iniziate nel 2014 con il calo dei prezzi del petrolio.
Tra gli altri fattori che influenzano l’economia venezuelana, si è parlato di gestione, corruzione e controlli statali sui prezzi.
Le sanzioni unilaterali di Stati Uniti, Unione Europea e altri paesi si sono accentuate e hanno aggravato i suddetti problemi.
E’ noto che gli introiti pubblici e il bilancio dello Stato si sono ridotti del 99% e che il paese
attualmente vive con l’1% del reddito che possedeva prima delle sanzioni.
I rimedi dall’estero sono stati ridotti a causa del blocco dei beni dello Stato, della complessità dei trasferimenti e degli impedimenti alla loro esecuzione.
Quattro anni di iperinflazione hanno causato la svalutazione totale della moneta nazionale (1 USD = 1,8-1,9 milioni di bolivar).
I salari mensili nel settore pubblico sono stati ridotti da 150-500 USD nel 2015, a 1-10 USD nel 2020 e un crescente livello di povertà.
Nel 2018-2019, il governo ha introdotto nuove politiche economiche: il controllo dei prezzi è stato revocato e il settore privato è stato liberalizzato.
Tuttavia, l’inasprimento delle sanzioni che il paese deve affrontare dal 2015 ha minato il possibile impatto positivo delle riforme attuali, nonché la capacità dello Stato di mantenere le infrastrutture e realizzare progetti sociali.
Il Venezuela sta attualmente affrontando la scarsità di macchinari, forniture, elettricità, acqua, carburante, gas, cibo e medicinali necessari.
I beni venezuelani congelati nelle banche di Stati Uniti, Regno Unito e Portogallo ammontano a 6 miliardi di dollari.
L’acquisto di beni e pagamenti da aziende pubbliche è bloccato o congelato.
Il settore privato, le organizzazioni governative, le università, i club sportivi e i cittadini venezuelani denunciano il rifiuto delle banche estere ad aprire i propri conti bancari, compresi quelli delle banche corrispettive negli Stati Uniti e in Europa; denunciano difficoltà nell’ottenere visti e acquistare biglietti; denunciano la necessità di agire tramite agenti di paesi terzi e la necessità di pagare costi assicurativi aggiuntivi.

Nell’ottobre 2020, il deferimento delle sanzioni economiche e il crescente eccesso di complimento delle stesse hanno dato luogo all’approvazione della Legge Costituzionale Anti-Blocco.
Viene dichiarato che le linee elettriche oggi funzionano meno del 20% della loro capacità.
Si stima che, dal 2015, il numero di venezuelani che hanno abbandonato il Paese in cerca di una vita migliore oscilli tra 1 e 5 milioni e che la popolazione si ridurrà a circa 27 milioni nel 2021. La maggior parte dei servizi pubblici hanno visto una riduzione del personale dal 30% al 50%, compresi i più qualificati (medici, infermieri, ingegneri, insegnanti, maestri, personale di sicurezza, ecc.), fatto che ha causato disorganizzazione interna, aumento del carico di lavoro per il resto del personale, una riduzione del servizio e una riduzione della qualità dello stesso. Si stima che il 90% delle famiglie sia collegato alla rete idrica nazionale. Tuttavia, molte famiglie riferiscono frequenti tagli a causa di interruzioni di corrente che interessano le pompe dell’acqua e la manutenzione delle infrastrutture e la carenza di personale qualificato per la manutenzione.
La distribuzione dell’acqua può essere attuata solo “a turni” per garantire la consegna a tutta la popolazione, e la maggior parte delle famiglie può accedere all’acqua solo una volta alla settimana per alcune ore.
A causa delle sanzioni commerciali, l’uso di agenti chimici per trattare e purificare l’acqua per l’acqua potabile è stato ridotto del 30%.
Le sanzioni all’importazione di cibo, che costituisce più del 50% del consumo alimentare interno, ha causato una crescita costante della malnutrizione negli ultimi 6 anni, con oltre 2,5 milioni di persone in una situazione di grave insicurezza alimentare.
I meccanismi per affrontare questa situazione includono la riduzione del numero di pasti giornalieri (1 o 2 invece di 3); la riduzione del cibo e della qualità del cibo; la svendita/vendita dei prodotti alimentari e la riduzione della spesa per salute, abbigliamento e istruzione; con un correlato aumento di crisi familiari, tensioni, violenze e separazioni; lavoro minorile; partecipazione all’economia sommersa; attività criminale, compreso il traffico di droga e di esseri umani, il lavoro forzato e l’emigrazione. Il programma CLAP (fornitura gratuita di alimenti), che è stato lanciato come iniziativa del governo
nel 2017 e supporta 6 milioni di famiglie in tutto il paese, ha visto diminuire la diversità e completezza dei prodotti alimentari.

Il Venezuela ha fatto completamente affidamento sui medicinali importati dall’estero, sebbene prima del 2016 la maggior parte dei servizi medici pubblici fossero forniti dallo Stato gratuitamente. Gli ostacoli all’assistenza sanitaria riguardano la grave mancanza o carenza di medicinali e vaccini, l’aumento dei prezzi, la carenza di elettricità per alimentare le apparecchiature, la scarsità di acqua, i problemi di igiene che ne derivano, il deterioramento delle infrastrutture dovuto alla mancanza di manutenzione, all’assenza di pezzi di ricambio, la mancanza di disponibilità di nuove attrezzature per carenza di risorse o per la vendita e la consegna, il degrado delle condizioni di lavoro e la mancanza di dispositivi di protezione contro le malattie infettive, la perdita di personale in tutte le aree mediche a causa dei bassi salari e il mancato completamento della costruzione di ospedali e centri di assistenza primaria.

In particolare, l’Ospedale Cardiologico Infantile di Caracas ha subito una diminuzione di 5 volte il numero di interventi chirurgici (da una media di 1.000 interventi annuali nel periodo 2010-2014 a 162 nel 2020). I posti di medici negli ospedali pubblici sono vacanti al 50-70%. Attualmente solo il 20% circa delle apparecchiature mediche è in funzione.
Il paese nel 2017-2018 ha dovuto affrontare una grave carenza di farmaci e vaccini contro morbillo, febbre gialla e malaria. La mancanza di cure per l’HIV, nel 2017-2018, ha comportato, secondo i rapporti, un grave aumento del tasso di mortalità.

Il dirottamento dei beni dalla filiale americana di PDVSA, CITGO, ha impedito trapianti di fegato e midollo osseo a 53 bambini venezuelani; tali trapianti, prima del 2016, sarebbero stati effettuati in Italia e Argentina a carico dello Stato.
Il Relatore Speciale ONU osserva anche la crescita della mortalità neonatale e materna dal 2013, con un leggero miglioramento nel 2019, quando è stata attivata la cooperazione umanitaria con l’UNICEF, l’OPS, la chiesa e altre organizzazioni umanitarie.
Altri effetti dannosi della crisi sono da un lato il crescente problema delle gravidanze di donne adolescenti, che sta raggiungendo un livello critico tra i 12 e 13 anni d’età, causato dalla mancanza di informazioni e di metodi contraccettivi, e l’aumento dell’HIV/AIDS dovuto alle scarsità di relazioni protette.

L’istruzione scolastica e universitaria dal 2016 ha registrato una grave interruzione del sostegno del governo, compresa la mancata fornitura di uniformi scolastiche, scarpe, zaini e attrezzature per laboratori, la riduzione del numero di pasti giornalieri nella scuola (da 2 a 1), la riduzione della quantità e diversità degli alimenti o la totale eliminazione degli stessi. L’indisponibilità di risorse finanziarie e la reticenza delle società straniere a commerciare sia con le istituzioni pubbliche venezuelane sia con le società private, ha causato la sospensione del Programma Canaima, avviato nel 2015 per assemblare computer portatili compatti con finalità educative, grazie al quale erano stati
distribuiti 6,5 milioni di pc attraverso il sistema scolastico senza alcun costo per le famiglie.
Alcuni incidenti tecnici nel 2019 hanno paralizzato il satellite pubblico del Venezuela, riducendo sostanzialmente la copertura Internet nel paese e rendendo difficile l’istruzione a distanza durante la pandemia.

Prima della crisi economica e umanitaria, il governo venezuelano aveva attivato la cooperazione con UNDP, UNICEF, UNAIDS, OPS, con la chiesa, con il settore privato e con le ONG umanitarie che forniscono assistenza umanitaria, facilitando la ricostruzione di impianti e sistemi idrici, nonché la fornitura di vaccini, medicinali, analisi e indagini mediche, reagenti, materiale scolastico e cibo.
Tuttavia, nel 2020 i tentativi di riacquisire i fondi congelati presso la Banca d’Inghilterra per
l’acquisto di medicinali, vaccini, dispositivi di protezione e attrezzature mediche attraverso UNDP e OPS sono falliti. Non sono stati sbloccati nemmeno i fondi per l’acquisto di COVAX attraverso l’OPS nel 2020 – 2021.
Nonostante l’intensificazione del lavoro con gli attori umanitari, sono stati segnalati alcuni casi di controllo e persecuzione dei membri di ONG nazionali che partecipano al lavoro umanitario.

Valutazione della base giuridica per l’imposizione di sanzioni

La Relatrice Speciale ONU ritiene che lo stato di emergenza nazionale annunciato dal Governo degli Stati Uniti l’8 marzo 2015 come base per l’introduzione delle sanzioni contro il Venezuela e più volte prorogato, non soddisfi i requisiti di cui all’art. 4 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, come l’esistenza di una minaccia effettiva alla vita della nazione, la limitazione delle misure alle esigenze effettive della situazione, una durata limitata, l’assenza di discriminazioni, la proibizione di derogare al diritto alla vita e il divieto di punire attività che non costituiscono reato, come menzionato nella comunicazione degli esperti in diritti umani del 29 gennaio 2021.
La Relatrice Speciale sostiene che le sanzioni unilaterali contro il petrolio, l’oro, l’estrazione mineraria e altri settori economici, nonché contro la compagnia aerea di stato e l’industria televisiva costituiscono una violazione del diritto internazionale e non si esclude la loro illiceità in riferimento alle contromisure.

Il proposito l’aver annunciato di una campagna di “massima pressione” per rimuovere il governo del Venezuela viola il principio di uguaglianza sovrana degli Stati e costituisce un intervento negli affari interni del Venezuela che influenza anche le relazioni regionali del paese.
Facendo riferimento alle norme consuetudinarie sull’immunità dei beni dello Stato, la  Relatrice Speciale ricorda che i beni della Banca Centrale sono utilizzati dai funzionari pubblici con finalità dello Stato del Venezuela e non a titolo privato o governativo.
Pertanto, il congelamento dei beni della Banca Centrale del Venezuela motivato dal non
riconoscimento del suo Governo, nonché l’adozione delle relative sanzioni, viola i diritti sovrani del paese e impone che il governo effettivo debba garantire i bisogni della popolazione.
Il Relatore Speciale ONU sostiene che l’inclusione di funzionari statali nell’elenco ufficiale dei sanzionati contraddice il divieto di punire un’attività che non costituisce un reato, impone ai dipendenti la possibilità di rappresentare gli interessi del Venezuela nei tribunali internazionali e in altre istituzioni internazionali e mina il principio di uguaglianza sovrana degli Stati.
Allo stesso modo, sottolinea che i ripetuti rifiuti delle banche degli Stati Uniti, Regno Unito e
Portogallo a liberare i beni venezuelani necessari per l’acquisto di medicinali, vaccini e dispositivi di protezione, sotto il controllo di organizzazioni internazionali, violano il suddetto principio e impediscono la capacità di risposta del Venezuela all’emergenza Covid 19.

La Relatrice Speciale esprime preoccupazione per il fatto che le sanzioni selettive unilaterali, nella loro forma attuale, violino, come minimo, gli obblighi che derivano dagli strumenti universali e regionali nel settore dei diritti umani, molte delle quali sono di carattere perentorio – garanzie processuali e presunzione di innocenza -, in considerazione del fatto che le ragioni della loro introduzione non costituiscano, per la maggior parte, reati internazionali, né abbiano a che fare con l’ambito della giurisdizione penale universale; al tempo stesso, prende atto della presentazione dinanzi alla Corte Penale Internazionale da parte di un gruppo di Stati di una remissione contro il Venezuela il 27 settembre 2018.

Il Relatore Speciale ONU sottolinea che l’applicazione della giurisdizione extraterritoriale a cittadini e società di Stati terzi per la cooperazione con autorità pubbliche, cittadini e società del Venezuela, e le presunte minacce a detti Stati terzi, non è giustificata dal diritto internazionale e aumenta i rischi di eccesso rispetto alle sanzioni. Il Relatore Speciale rileva con preoccupazione le presunte minacce alle società private e ai donatori, partner e organizzazioni umanitarie di paesi terzi, così come l’introduzione di clausole di riservatezza nella Legge Costituzionale Anti-Blocco del Venezuela per quanto riguarda l’identità dei partner corrispondenti.

Impatto sul godimento dei diritti umani

La Relatrice Specialìe ONU osserva con preoccupazione che le sanzioni settoriali contro le industrie petrolifere, aurifere e minerarie, il blocco economico del Venezuela e il congelamento dei beni della Banca Centrale hanno esacerbato la situazione economica e umanitaria preesistente, impedendo l’uso delle risorse per sviluppare e mantenere le infrastrutture e per i programmi di assistenza sociale, con un effetto devastante su tutta la popolazione del Venezuela, in particolare su coloro che vivono in condizioni di estrema povertà, donne, bambini, operatori sanitari, persone con disabilità o malattie
croniche o potenzialmente letali e sulla popolazione indigena.
La Relatrice Speciale sottolinea che le eccezioni umanitarie esistenti risultano inefficaci e insufficienti, soggette a procedure lunghe e costose, e non coprono la consegna di pezzi di ricambio, attrezzature e macchinari necessari per la manutenzione e il ripristino dell’economia e dei servizi pubblici.
La Relatrice Speciale teme che l’applicazione di sanzioni extraterritoriali secondarie, nonché le presunte minacce di sanzioni, diano luogo a un eccesso di rispetto dei regimi sanzionatori esistenti, impedendo al governo del Venezuela, al suo settore pubblico e alle società private di acquisire macchinari, pezzi di ricambio, farmaci, cibo, forniture agricole e altri beni essenziali, comprese le licenze concesse dal governo degli Stati Uniti. Esse portano anche a un numero crescente di dinieghi di trasferimenti bancari, tempi di bonifico estesi (da 2 a 45 giorni), maggiori costi di consegna, assicurazione e bonifico bancario, nonché aumenti di prezzo segnalati per tutte le merci (in particolare le merci importate).

La Relatrice Speciale osserva con preoccupazione che la mancanza di risorse e il rifiuto da parte di partner stranieri, banche e società di trattare con partner venezuelani comporta l’impossibilità di acquisire le attrezzature mediche e tecnologiche necessarie, i reagenti e pezzi di ricambio per la riparazione e la manutenzione di elettricità, gas, acqua, trasporti pubblici, telefonia e sistemi di comunicazione, scuole, ospedali, alloggi e altre istituzioni pubbliche, situazione che mina il godimento di molti diritti umani, compreso il diritto a una vita degna.
Nonostante la revisione periodica e l’aumento dei salari in Venezuela, lo stipendio medio nel settore pubblico è stimato tra i 2 ei 3 dollari USA al mese, copre meno dell’1% del paniere di base alimentare e rende la popolazione sempre più dipendente sul sostegno sociale del Governo sotto forma di CLAP (scatole di cibo) e periodici trasferimenti di denaro attraverso la “Carta de la Patria”, sovvenzioni multiple per funzionari pubblici, nonché aiuti umanitari esteri.
La Relatrice Speciale ONU osserva che tutto questo aumenta il livello di emigrazione, facilita la partecipazione delle persone all’economia grigia, interessando in primo luogo gli specialisti di alto livello del settore pubblico, inclusi medici, infermieri, insegnanti, professori universitari, ingegneri, poliziotti, giudici, tecnici e molti altri, violando i loro diritti economici, tra cui il diritto al lavoro, a un lavoro dignitoso, alla previdenza sociale, inclusa la polizza sociale e un livello di vita adeguato. Il numero di posti vacanti tra il personale necessario a garantire il normale funzionamento dei servizi pubblici sarebbe stato compreso tra 1/3 e 1/2. L’emigrazione di massa in assenza di trasporti a prezzi accessibili mette in pericolo la vita dei migranti e impone oneri aggiuntivi ai paesi ospitanti. Viene
denunciato, tra gli altri problemi, il mancato accesso a cibo, medicine e assistenza medica per i migranti venezuelani, la mancanza di documenti di identità per i bambini nati all’estero, la separazione delle famiglie e l’assenza di un’adeguata attenzione ai bambini che soggiornano con i nonni in Venezuela.

La Relatrice Speciale esprime preoccupazione per la mancanza di benzina, con il conseguente aumento dei prezzi del trasporto, violi la libertà di movimento, impedisca l’accesso a ospedali, scuole e altri servizi pubblici, aggravi i problemi di consegna e distribuzione di cibo e forniture mediche – soprattutto nelle aree remote del paese, colpendo, tra le altre cose, la popolazione indigena e causando ritardi nei servizi pubblici, compresa la giustizia penale e civile. La segnalata mancanza di gasolio, utilizzato principalmente per scopi agricoli, industriali e di trasporto, ha un potenziale effetto
drammatico sulla produzione e conservazione del cibo, con il rischio di aggravare ulteriormente l’insicurezza alimentare del popolo venezuelano, che sta già affrontando un deterioramento della quantità e qualità di cibo e l’aumento della malnutrizione, aumentando così i rischi per la salute e le minacce alla vita.

La Relatrice Speciale rileva con preoccupazione che, a causa della mancanza di disponibilità di nuovi macchinari, pezzi di ricambio e personale competente, il popolo venezuelano possiede un accesso limitato all’elettricità, il che impedisce, tra l’altro, il funzionamento delle pompe dell’acqua, con conseguente violazione del diritto all’acqua, compresa l’acqua potabile sicura e l’acqua sanitaria, aumentando i rischi di malattie rilevanti.

La Relatrice Speciale sottolinea che i bassi salari, l’assenza o l’insufficienza di materiale scolastico, uniformi scolastiche e cibo a scuola che il governo era solito fornire, i problemi di trasporto, l’assenza di elettricità e la copertura limitata di Internet e della telefonia mobile mettono in pericolo l’esercizio del diritto all’istruzione. Le ragioni di cui sopra, così come l’impossibilità segnalata di utilizzare risorse online con indirizzi IP venezuelani, influenzano l’accesso alle informazioni e la libertà di espressione.
Il presunto rifiuto dei partner stranieri a cooperare con le istituzioni venezuelane, comprese le università, le società sportive e le ONG, nonché gli impedimenti ai trasferimenti di denaro, le difficoltà nell’ottenere i visti e il rifiuto di aprire e chiudere conti bancari di cittadini venezuelani o di società pubbliche e private con sede in Venezuela per paura di sanzioni secondarie, pregiudica il diritto all’istruzione, le libertà accademiche, i diritti culturali e impedisce la fornitura di aiuti umanitari.

La Relatrice Specialee teme inoltre che la carenza di gas, che costringe le persone a cucinare con il fuoco a legna, possa violare il diritto a un ambiente favorevole. Osserva che, per la necessità di garantire i bisogni umani essenziali alla sopravvivenza, il Governo ha sospeso tutti i programmi volti al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, compresi i progetti agricoli e sanitari, la tutela dell’ambiente, il miglioramento dell’alfabetizzazione e dell’informatica, la ricostruzione e altri.
Il Relatore Speciale sottolinea che il blocco di proprietà, beni e conti bancari di cittadini venezuelani da parte di banche e corrispondenti stranieri, spesso a causa di un’eccessiva osservanza, implica la violazione del diritto di proprietà. Rileva inoltre con preoccupazione che l’applicazione di sanzioni unilaterali contro il Venezuela incide sui diritti dei cittadini di paesi terzi; in particolare, la risoluzione di contratti con società di paesi terzi ha il potenziale rischio di incidere sui diritti economici e di proprietà dei loro proprietari e dipendenti; inoltre, l’assenza di contributi da parte del Venezuela, che era solito donare a progetti di assistenza regionale (ad esempio, ALBA), sta incidendo negativamente
sul diritto all’aiuto umanitario dei suoi beneficiari oltre i confini del Venezuela.

La Relatrice Speciale ONU riconosce che le sanzioni selettive e secondarie violano il diritto al giusto giudizio, le garanzie procedurali, la libertà di circolazione, i diritti di proprietà e il diritto alla reputazione.

Le sanzioni contro i rappresentanti dei gruppi di opposizione per la loro partecipazione alle elezioni violano il loro diritto di esprimere la loro opinione e di partecipare agli affari pubblici. Mentre il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (art. 275) offre alle persone inserite nell’elenco la possibilità di accedere alla Corte di giustizia delle Comunità europee, pur non esistendo garanzie procedurali prima che vengano prese decisioni in merito alle sanzioni, la Relatrice Speciale rileva che l’accesso alla giustizia non è invece garantito per quanto riguarda le sanzioni degli Stati Uniti, soprattutto in considerazione delle numerose rinunce denunciate da avvocati statunitensi a presentare casi davanti all’OFAC a causa delle supposte minacce del Governo degli Stati Uniti e il conseguente timore di probabili sanzioni.

Il Relatore Speciale ONU conclude che le sanzioni imposte contro il Venezuela, i suoi cittadini e le aziende colpiscono il popolo del Venezuela e il suo territorio, sia nel settore pubblico che privato, i cittadini di paesi terzi e i datori di lavoro di società di paesi terzi colpiti da sanzioni secondarie o da timore di ritorsioni, i donatori e le ONG umanitarie internazionali, i beneficiari dell’assistenza di organizzazioni internazionali tradizionalmente finanziate dal Venezuela, le persone a basso reddito, le donne, i bambini e le persone con bisogni speciali o con malattie croniche o coloro che sono gravemente colpiti nell’ ambito di tutti gli aspetti dei diritti umani, inclusi i diritti civili, politici, economici e sociali e le attività culturali e il diritto allo sviluppo.
La Relatrice Speciale accoglie con favore i rapporti sull’accresciuto impegno del governo del
Venezuela nei confronti dell’UNDP UNICEF, UNAIDS, OPS, altre organizzazioni internazionali e ONG ecclesiastiche, il settore privato e umanitario, nella fornitura di assistenza umanitaria, facilitando la ricostruzione dei sistemi idrici e la fornitura di vaccini, medicinali, analisi, reagenti, materiale scolastico e cibo, che sta aiutando 4 milioni di persone.
Tuttavia, la Relatrice Speciale esprime preoccupazione per le segnalazioni di cattiva gestione nella distribuzione degli aiuti umanitari, sorveglianza e persecuzione del personale delle ONG nazionali coinvolto nel lavoro umanitario e per l’assenza di regolamenti provvisori per il lavoro delle ONG internazionali.

Raccomandazioni della Relatrice Speciale

la Relatrice Speciale ONU fa affidamento su tutte le parti, sul loro obbligo, in virtù della Carta delle Nazioni Unite, di osservare i principi e le norme del diritto internazionale, inclusi i principi di uguaglianza sovrana, indipendenza politica, ingerenza negli affari interni degli Stati e risoluzione pacifica delle controversie internazionali.

La Relatrice Speciale sollecita che qualsiasi controversia venga contestata attraverso le istituzioni giudiziarie e altre istituzioni internazionali competenti.
La Relatore Speciale sottolinea che le preoccupazioni umanitarie devono sempre prevalere sulle politiche e che le misure unilaterali possono essere prese solo tenendo conto dello Stato di diritto, delle norme dei diritti umani, del diritto dei rifugiati e del diritto umanitario; devono rispettare gli obblighi legali internazionali degli Stati e possono essere applicate solo nel quadro di contromisure legali riconosciute a livello internazionale.
La Relatrice Speciale ONU ricorda che le valutazioni d’impatto umanitario preliminari e in corso devono essere effettuate nel corso di qualsiasi attività unilaterale, poiché nessuna buona intenzione giustifica la violazione dei diritti umani fondamentali come “danno collaterale”.
La Relatrice Speciale sottolinea l’inammissibilità dell’applicazione di sanzioni extraterritoriali ed esorta il Governo degli Stati Uniti a porre fine all’emergenza nazionale relazionata con il Venezuela, a rivedere e revocare le sanzioni settoriali contro il settore pubblico in Venezuela, a rivedere e revocare le sanzioni secondarie contro paesi terzi e astenersi dall’imporre sanzioni sulla fornitura di gasolio e carburanti che provocherebbe una crisi umanitaria di proporzioni senza precedenti.

La Relatrice Speciale esorta tutti gli interlocutori (compresi gli Stati, le organizzazioni internazionali, le banche, le società private e la società civile) ad evitare coercizioni, minacce scritte o orali e qualsiasi altro atto che possa provocare o dar luogo ad un eccesso di adempimento, o che si interpretino tutte le limitazioni in eccessivamente ristretto nel periodo provvisorio prima della revoca delle sanzioni unilaterali, tenendo debitamente conto delle Linee Guida emesse dalla Relatrice Speciale nel dicembre 2020.
La Relatrice Speciale chiede a tutti gli Stati di rivedere e revocare le sanzioni selettive nel rispetto dei principi del diritto internazionale, dello Stato di diritto, dei diritti umani e del diritto dei rifugiati, che garantiscono la possibilità che i dipendenti dello Stato del Venezuela rappresentino lo Stato sulla base del principio di eguaglianza sovrana degli Stati, e che garantiscono i diritti delle persone colpite, di presunzione di innocenza, di garanzie procedurali, dell’accesso alla giustizia e altri diritti fondamentali.

La Relatrice Speciale ONU esorta i Governi di Regno Unito, Portogallo e Stati Uniti e le banche corrispondenti a scongelare gli attivi della Banca Centrale del Venezuela per acquisire medicinali, vaccini, cibo, attrezzature mediche e di altro tipo, forniture e altri beni essenziali per garantire i bisogni umanitari del popolo venezuelano e il ripristino dei servizi pubblici in collaborazione con l’UNDP e altri organismi delle Nazioni Unite e attraverso meccanismi reciprocamente concordati e controllati dall’ONU.

Pur riconoscendo l’effetto devastante delle sanzioni unilaterali sull’ampio ambito di applicazione dei diritti umani, in particolare il diritto al cibo, il diritto alla salute, il diritto alla vita, il diritto all’istruzione e il diritto allo sviluppo, il Relatore chiede in particolare al governo del Venezuela e l’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani di attuare pienamente l’accordo di cooperazione firmato tra loro, per rafforzare la presenza dell’OHCHR sul terreno e monitorare, tra le altre cose, l’impatto delle sanzioni unilaterali, organizzando visite nel Paese degli esperti speciali pertinenti.
Il Relatore Speciale invita il Governo del Venezuela, l’UNDP, ed altre agenzie delle Nazioni Unite e l’OHCHR in Venezuela a negoziare un accordo che garantisca una distribuzione trasparente ed equa e non discrimini i beni essenziali e gli aiuti umanitari sotto il controllo delle istituzioni internazionali, indipendentemente da razza, sesso, nazionalità, età, credenze religiose o opinioni politiche, tenendo debitamente in conto i gruppi sociali con bisogni speciali.

La Relatrice Speciale fa appello al Governo del Venezuela affinché, in collaborazione con il
coordinatore residente delle Nazioni Unite e l’OHCHR in Venezuela, termini di redigere una
legislazione chiara e non discriminatoria che consentirà e faciliterà il lavoro umanitario di ONG internazionali e nazionali in Venezuela e garantisca la sicurezza e l’integrità del loro personale. Allo stesso tempo, richiama le ONG umanitarie all’obbligo di agire rispettando le norme dell’attività puramente umanitaria.

https://www.farodiroma.it/venezuela-il-rapporto-preliminare-dellonu-denuncia-le-gravi-violazioni-dei-diritti-umani-inflitte-con-le-misure-coercitive-unilaterali-imposte-da-usa-e-ue/

“Chi consuma le notizie pubblicate dai media sovversivi potrebbe arrivare a credere che Cuba sia un Paese che sta crollando. Tuttavia, è una nazione che vive una realtà ben diversa”. Lo sottolinea Granma che pubblica una analisi sulla rete di media che tenta di legittimare la visione egemonica degli Stati Uniti riguardo alla democrazia e alla libertà a Cuba. Con la loro strategia annessionista, intossicano costantemente i social network con informazioni travisate su quasi tutto ciò che accade sull’isola. Sono classificati come “indipendenti o alternativi”, ma è curioso che tutti coloro che gestiscono CiberCuba, ADN Cuba, Cubans por el Mundo, Cubita Now, Cubanet, Periodismo de Barrio, El Toque, El Estornudo e YucaByte. Si tratta di testate che per la maggior parte risiedano all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, e le loro strategie di comunicazione sono la formula riconducibile al disegno politico che predomina in USA.

“C’era un contatto con funzionari incaricati di assistere alla stampa nel Dipartimento di Stato, avevo un appuntamento privato con il funzionario statale Priscila Hernández”, ha confidato Maykel González, del sito sovversivo Tremenda Nota.
Il rapporto della Commissione per l’Assistenza a una Cuba Libera, del giugno 2004, registra le principali linee sovversive contro le Grandi Antille, tra le quali si annovera la promozione di strategie di disinformazione. Da allora, tutte le amministrazioni dopo il presidente George W. Bush hanno adattato il loro design mediatico a ciascun contesto.

Il Dipartimento di Stato, l’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale (USAID) e il National Endowment for Democracy (NED) di quella nazione, finanziano questa macchina mediatica che ha beneficiato degli oltre 500 milioni di dollari che la Casa Bianca ha destinato negli ultimi 20 anni per la sovversione a Cuba.
Per ricevere rapidamente i finanziamenti, molte di queste pubblicazioni digitali controrivoluzionarie sono state registrate in altri paesi come organizzazioni non governative (ONG). È il caso dei siti di El Toque, attraverso il collettivo More, con sede in Polonia, e di El Estornudo, creato a Cuba, e successivamente legalizzato in Messico come ONG.
Carlos Manuel Álvarez, direttore di El Estornudo, è arrivato a Cuba il 24 novembre per partecipare al programma mediatico di San Isidro. Abraham Jiménez Enoa, che ha partecipato a quello stesso sito, ha detto che non sa quanto sia il finanziamento totale del “mezzo”, perché tutto è creato dall’esterno. «I collaboratori che fanno la carica di rivista per lavoro, con uno stipendio fisso di 400 CUC. Fino a quando non me ne sono andato, El Estornudo è stato finanziato dalla NED e dalla Open Society ”, ha detto Jiménez Enoa.

Questi media che si definiscono alternativi e indipendenti, ma si squalificano quando viene rivelato da dove proviene il loro sostentamento, anche se a volte cercano di distogliere l’attenzione dall’origine del denaro.
Il ricercatore del Center for Hemispheric and United States Studies, Yazmín Vázquez Ortiz, ha spiegato che il finanziamento, la formazione e l’assistenza tecnica sono i pilastri dai quali si sfruttano le condizioni che esistono nelle società che possono essere oggetto di intervento. movimenti di resistenza che possono favorire il cambiamento che l’America vuole.

Coloro che dirigono e collaborano in questi spazi lo fanno attraverso organizzazioni con sede negli Stati Uniti, in Europa o in America Latina.
La vicedirettrice dello stesso Centro, Olga Rosa González Martín, ha sottolineato che operando come organizzazione privata, ricevono fondi privati, può essere da qualsiasi individuo, da qualsiasi società a livello internazionale, il che rende più difficile collegare un entità con un governo specifico e con gli obiettivi di politica estera di questo in un dato paese.

Il Peace and War Journalism Institute, Factual, Different Latitudes, Swedish Human Rights Foundation, Hypermedia Editorial, Diario de Cuba, Cubanet, Sergio Arboleda University e molti altri, funzionano come appaltatori di questi progetti di stampa mercenaria.
José Jasán, del sito sovversivo El Toque, ha precisato che “la cosa più accettabile per ‘la compagnia’ è che quando un gruppo di cubani va a ricevere un addestramento, dà loro l’opportunità di pagarli direttamente”.
Elaine Díaz Rodríguez, del Periodismo de Barrio, ha detto che si sono rivolti alla cooperazione internazionale. “All’inizio è stato finanziato con i risparmi che ho potuto portare a Cuba con la borsa di studio, e in seguito siamo riusciti a fare un progetto pilota con la Fondazione svedese per i diritti umani. Abbiamo raggiunto un’alleanza con l’ambasciata norvegese, attraverso la quale siamo qui “, ha detto.

In questo design si distingue dal NED, il cubano americano Aimel Ríos Wong. In qualità di Responsabile del Programma Cuba, distribuisce i fondi approvati per smantellare i paradigmi ideologici e culturali dall’esterno e dall’interno dell’isola.
Maykel González, dal sito sovversivo Tremenda Nota, ha commentato che Ríos Wong lo ha chiamato, sono usciti per “fare una passeggiata a Washington”, e lo ha riconosciuto come qualcuno che è stato presente, che ha costantemente dialogato con attori, sia da giornalismo e della società civile.

“Stiamo lavorando con circa 7.000 dollari USA per un trimestre, da cui pianifichiamo il lavoro, e ci viene assegnato da tutte le tariffe che dobbiamo pagare”, ha detto Maykel González.
Come strategia, selezionano i loro futuri leader, li addestrano, premiano, finanziano, stimolano, rendono visibili, riuniscono, responsabilizzano, guidano e danno loro spazi e posizioni.
«Quello che dicono è: no, ma nessuno mi dice cosa devo scrivere, nessuno mi dice qual è la linea editoriale della mia pagina o degli articoli che scrivo. Non devono dirtelo, hai già assunto quella linea, ricevi il finanziamento, perché hai già detto quelle cose, e sai che se non le dici e non segui quella linea antigovernativa, non riceverai il finanziamento “, ha detto Javier Gómez Sánchez, specialista in media audiovisivi.

Con il progredire dell’informatizzazione del paese, ha sottolineato Gómez Sánchez, le persone hanno avuto un maggiore accesso a Internet e questa guerra è andata aumentando e organizzando, perché la sua possibilità di raggiungere determinati settori con questo tipo di manipolazione mediatica della popolazione ha è aumentato.

Il dottor Ernesto Estévez, membro dell’Accademia delle scienze cubana, ha ricordato che questo fenomeno è qualcosa che funziona da molti anni, con l’obiettivo di invertire la rivoluzione cubana, di fare una restaurazione capitalista.
Fonti pubbliche dello stesso governo americano mostrano l’aumento di questi fondi negli ultimi anni, proprio quando lo Stato cubano avanza nelle trasformazioni del nuovo modello economico e sociale, conferma un appello dell’Ufficio per la democrazia, i diritti umani e il lavoro del Dipartimento di Stato americano a finanziare proposte relative ai diritti civili e politici a Cuba, tra le provocazioni articolate nei giorni scorsi.

Insieme all’imposizione di misure economiche restrittive e al complesso scenario epidemiologico del COVID-19, la stampa nemica si è messa in fila per screditare la gestione del governo cubano e delegittimare il sistema sociale.
«Ha a che fare con la fabbricazione di matrici di opinione, che hanno due caratteristiche essenziali: in primo luogo che sono create per gestire il malcontento esistente, relativo a determinate questioni, e indirizzarle contro il governo, il socialismo e il sistema politico; e secondo, cercare di promuovere il pensiero liberale a Cuba, basato sul liberalismo, che è l’ideologia del capitalismo”, ha detto la psicologa Karima Oliva Bello.
Nel quadro comunicativo sono presenti i cosiddetti influencer con tendenze ipercritiche, creati per generare empatia e tendenze ideologiche in migliaia di follower, attraverso i social network.
I progetti di stampa nemica, in questo scenario, sono identificati come strumenti del governo degli Stati Uniti nella sua strategia di guerra non convenzionale contro le Grandi Antille.

Luciano Vasapollo e Rita Martufi della Rete in difesa dell’umanità commentano questa denuncia.

https://www.farodiroma.it/la-campagna-di-disinformazione-su-cuba-per-farla-crollare-vasapollo-e-martufi-una-galassia-mediatica-per-colpire-lautodeterminazione/

 

Con el Gobierno del economista prof. Draghi, Italia ha entrado definitivamente en la fase de cesión completa de la soberanía popular y nacional, continuando la larga fase de control comisarial por parte de los poderes fuertes de la Unión Europea en interés de la burguesía transnacional, como alma palpitante del polo imperialista europeo.
Esto sucede en nombre de la prevalencia de la ciencia económica entendida como la ciencia del modo de producción capitalista orientada a la ganancia y al desarrollo compatible sólo con las necesidades de hacer negocios en el mercado de capitales sin dar ninguna respuesta positiva a los problemas acuciantes del desarrollo cualitativo que pueda resolver las necesidades de los trabajadores, los explotados, los desempleados, los migrantes.
Pero si el conjunto de fuerzas políticas parlamentarias que son todas internas al gobierno de Draghi, creando de hecho un arco de fuerzas anticonstitucional ya que no respetan los dictados de la Constitución italiana, se presentan como fuerzas de la esperanza y de la recuperación económica, debemos preguntarnos cómo van a lograr la aplicación de una ciencia económica y social del pensamiento único: es decir, un poder absoluto de “masacre social”.

El desarrollo de instrumentos y metodologías, cuantitativas y cualitativas, ha sido uno de los puntos fuertes de la ciencia económica; y desde su creación en el siglo xix.
Una de las direcciones de los debates historicos fue rechazar o aceptar la neutralidad de la evaluación de los instrumentos convencionales de la macro y microeconomía y otras áreas de la ciencia económica; además, se discutió si estos instrumentos podrían ser la única forma objetiva de lograr resultados verdaderamente científicos en la investigación económica.
Las ciencias económicas son un fenómeno relativamente reciente, al menos en comparación con otras disciplinas científicas, pero han logrado consolidarse como el principal instrumento de medición de la realidad social y como un medio fundamental para controlar y gestionar la propia sociedad.
La pretensión científica de esta disciplina, en sentido amplio como política económica internacional, es, de manera estricta e indiscutible, una cuestión política, la implantación de una visión ideológica. Hoy, más que nunca, podemos ver esto: el fracaso del modelo dominante neoliberal y capitalista, en general, está ante los ojos de todos, destacando su seriedad. Un modelo económico-cultural que debería haber garantizado una prosperidad generalizada y una mejora de las condiciones de vida ha generado todo lo contrario, una crisis global, una crisis de civilización.

Como ya hemos tenido ocasión de subrayar en diversas obras, el ciclo económico en el que nos encontramos comenzó hace más de cuarenta años, cuando la crisis de sobreproducción dio lugar a una gran y aún no resuelta crisis de acumulación capitalista. Hasta el día de hoy, solo gracias al análisis de Marx se puede entender y evaluar críticamente el funcionamiento y las contradicciones del sistema capitalista y, por lo tanto, de su modo de producción.
Está claro que la economía política marxista (o más bien la crítica de la economía política) es ciencia e ideología crítica al mismo tiempo. La crítica no puede tener como objeto la transformación de la ciencia en un poder absoluto; para Marx, la crítica al pensamiento que la precedió llevó a un pensamiento de síntesis.
Desde este punto de vista, tales necesidades no tienen ningún juicio de valor subjetivo, ya que son las condiciones subjetivas a partir de las cuales se derivan los juicios de valor, la ideología y las doctrinas políticas.
Ha habido muchos intentos de separar los elementos puramente objetivos de la economía de aquellos que implican un juicio de valor. Estamos de acuerdo en que, para los fines de la teoría y el análisis, ambos aspectos están inextricablemente unidos. Como se mencionó anteriormente, una de las características de la ciencia de la modernidad es la creación de representaciones idealizadas de la realidad que pueden conducir a conceptos no empíricos, es decir, no alcanzable en la realidad.

El hecho de que el criterio de la investigación del modelo asuma un juicio de valor en los estudios económicos no significa que el proceso de investigación y sus resultados no sean científicos, pero el uso de la economia pura no debe ser fuera de la solucion inmediata y total de los intereses de los trabajadores, desempleados, migrantes y todos los explotados. La esencia de los estudios de Economía Política consiste en comprender lo que hay detrás de estos modelos económicos, revelando las verdaderas relaciones sociales de producción.
Para finalizar, es importante recalcar que nosotros, del área de la oposicion real y conflictual al Gobierno Draghi, como EUROSTOP, la Red Comunista, el CESTES, el Sindicato USB, desde hace trece años venimos proponiendo un ALBA euromediterráneo que lleve al desprendimiento de asfixia del euro, de los banqueros, de la deuda, de la especulación, para crear un espacio de los pueblos del Mediterráneo que mire al ALBA latinoamericano tanto en una perspectiva socialista transicional, como en una economía. Con la formación de su propio banco, con su propia moneda, con la solidaridad y la cooperación basadas no en ventajas comparativas y absolutas, sino en ventajas complementarias entre los distintos países. Esta idea está ahora en la agenda no solo en Italia sino también en Espana, Francia y Portugal.
Amanecer, pues, para una humanidad futura que ya no debe ser sometida al Gobierno de la economia que domina la realidad politica de los intereses de los explotados que con la fuerzas politica y sindical de clase se ponen contra al Gobierno Draghi combatiendo contra la barbarie y la opresión del imperialismo y el liberalismo.

https://www.farodiroma.it/el-gobierno-draghi-no-puede-transformar-la-ciencia-economica-social-en-un-poder-absoludo-por-luciano-vasapollo/

 

Sabato nel tardo pomeriggio le elezioni presidenziali statunitensi hanno avuto “formalmente” un vincitore che ha superato la soglia dei 270 “grandi elettori”, necessaria per aggiudicarsi la carica.

Il tortuoso processo elettorale, e il mancato riconoscimento della vittoria di Biden da parte di Trump, hanno aperto una crisi istituzionale dagli esiti incerti, che mostra l’alto livello di delegittimazione politica del sistema della rappresentanza statunitense.

Questa, in un ordine di grandezza minore, era già emersa nel 2016 con la sfida alle primarie democratiche di Bernie Sanders, e soprattutto con l’ascesa di Donald Trump in campo conservatore.

A queste elezioni hanno votato 20 milioni di iscritti alle liste elettorali in più del 2016, sostanzialmente il 65%. 75 milioni e 300 mila voti circa sono andati allo sfidante democratico Joe Biden e alla vice Kamala Harris, mentre circa 71 milioni e 48 mila sono andati al presidente uscente ed al candidato vice-presidente Mike Pence.

Uno scarto di poco più di 4 milioni di preferenze tra i due pretendenti alla Casa Bianca – entrambi ricevuto più voti di ogni altro candidato presidenziale nella storia degli Stati Uniti -, cioè poco più dei 3 milioni di voti ottenuti da Hillary Clinton contro lo stesso Trump alle elezioni del 2016.

Questa inedita partecipazione è frutto delle contraddizioni interne e strutturali che stanno da tempo maturando e che la pandemia ha amplificato, con un corpo sociale sempre più diviso e radicalizzato: dalla vulnerabilità sanitaria e sociale di porzioni significative di popolazione – soprattutto tra le “minoranze etniche” – alla questione razziale; dalla messa in discussione di garanzie civili che si credevano acquisite (in particolare per le donne) alla questione climatica, rivelatasi esplosiva con i recenti incendi in California.

In generale,, la carta geografica del voto è abbastanza netta, Biden vince nei centri con più di 2 milioni di abitanti anche negli Stati che sono storici bastioni elettorali repubblicani. Trump vince nei piccoli centri e nelle campagne, oltre che nelle zone periferiche (suburbs) o “per-urbane” (exurbs), anche negli Stati in cui vincono i democratici.

Da un lato un centinaio di “metropoli” democratiche, concentrate prevalentemente ma non esclusivamente negli stati sulla Costa Atlantica e Pacifica, dall’altro l’America Profonda, danno la fotografia di una nazione spaccata che difficilmente Biden potrà ricomporre.

Questa polarizzazione politica sancita dalle elezioni, mentre trova in Trump una degna rappresentazione della radicalizzazione  in corso nel campo conservatore, non si riflette allo stesso modo nel partito uscito vincitore.

L’establishment democratico ed il suo connaturato centrismo risulta incapace di dare uno sbocco alle rivendicazioni che parti importanti di popolazione hanno fin qui espresso, anche nelle motivazioni del voto, stando alle prime ricerche sul campo.

Tanto che la Ocasio-Cortez è arrivata a denunciare l’ostilità dei democrats verso i progressisti e il movimento Black Lives Matter.

La radicalizzazione “a sinistra” è avvenuta prima all’interno dei settori di lavoratori più esposti ai rischi sanitari, poi con le mobilitazioni per la giustizia razziale, che dopo la morte di George Floyd a fine maggio hanno coinvolto anche parti importanti di “euro-americani”, e poi nella contrapposizione anche fisica tra i supporter e detrattori di Trump.

Questa incapacità da parte dell’ex numero due di Obama di rappresentare la spinta popolare che pure lo ha fatto vincere, unita ai compromessi che Biden dovrà stabilire con i repubblicani per portare avanti la sua opera di governo, rischiano di aprire un conflitto all’interno dei democrats con la parte più progressista del partito – che, dopo avere perso la sfida nelle primarie, aveva comunque sostenuto Biden – oltre che con la base elettorale popolare, travolta da una crisi da cui non si intravede via d’uscita.

Anche Trump ha ampliato il suo consenso elettorale, e – a meno di sorprese “giudiziarie” – rimarrà al centro della scena politica probabilmente fino alle prossime elezioni presidenziali.

Continuerà ad essere il vero deus ex machina del partito repubblicano e utilizzerà – anche militarmente – la sua ampia base sociale composta da fasce non irrilevanti di subalterni. In ogni caso, “il trumpismo”, che ha sdoganato le pulsioni reazionarie più impresentabili, continuerà a scorrere nelle vene dell’Amerika”.

Ma le sue “forzature” sconvolgono anche il proprio campo, provocando le prime defezioni tra i ranghi repubblicani, non tutti disposti ad assecondare il presidente nella sua crociata contro le presunte frodi elettorali.

Questa fronda è preoccupata soprattutto del clima di instabilità permanente che rischia di aprirsi e che potrebbe nuocere ai propri referenti economici; e probabilmente è stata “ben consigliata” da parti del Deep State (Pentagono ed FBI, tra l’altro) che più volte sono entrati in rotta collisione con l’inquilino della Casa Bianca.

Non è detto che entrambi i corpi politici – democratici e repubblicani – sulla spinta dei propri conflitti interni, alimentati dalle contraddizioni sociali reali, non conoscano delle rotture significative fin qui scongiurate, nonostante l’affermazione di due outsider come Sanders da un lato e Trump dall’altro.

Biden avrà comunque le mani piuttosto legate, se riuscirà ad entrare in carica il 20 gennaio, al netto di ricorsi legali e colpi di mano del presidente uscente; e non soltanto per il già menzionato controllo repubblicano di fulcri importanti del potere statunitense (a partire dalla Corte Suprema).

Se per risolvere le contraddizioni interne non basterà il savoir-faire dei consolidati tecnocrati dell’era Obama, la situazione internazionale appare ancora più incerta. Sarà difficile reimporre un’egemonia yankee ormai in declino su differenti fronti; dal “cortile di casa” latino-americano, al Medio-Oriente, passando per la sostanziale inefficacia della politica di pressione sulla Cina, iniziata già con Barack Obama ed il suo “pivot to Asia”.

In politica estera, Biden ha annunciato di voler ricostruire la leadership nord-americana riapppacificandosi col consesso internazionale – rientrando negli accordi di Parigi sul clima, così come nell’Unesco e nell’Organizzazione Mondiale della Sanità – potenziando il ruolo della NATO e re-impostando in generale una politica atlantista, cercando di ristabilire rapporti di forte cooperazione con la UE su differenti aspetti, e infine provando a rianimare l’accordo sul nucleare con l’Iran.

Ma tutte le priorità che entrano obbligatoriamente nell’agenda del futuro inquilino della Casa Bianca produrranno frizioni non secondarie all’interno dello scontro tra imperialismi, alimentato dalla crisi sistemica che il modo di produzione capitalista sta attraversando. E non basteranno degli slogan per risolvere questa competizione strutturale tra i macro-blocchi internazionali – la Cina in primis, ma anche la UE.

Questa competizione sempre più aspra non potrà non avere ricadute molto consistenti sulla sempre più incerta “rendita di posizione” statunitense e sulla sua capacità imperiale di sfogare le proprie contraddizioni verso l’esterno, come gli ultimi avvenimenti stanno dimostrando.

Che il nemico storico di ogni ipotesi di trasformazione in senso socialista della realtà si trovi ad un evidente impasse, nell’affrontare il combinato disposto di un fronte interno “indebolito” e di un fronte esterno sempre più ostico, è una ottima notizia per i comunisti e per le condizioni in cui agiscono, anche nel nostro Paese.

Un’arma anche ideologica in più per mostrare come il capitalismo nel suo più alto grado di sviluppo sia un gigante dai piedi d’argilla.

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